
di S. Pucci
Gli editori piangono, i giornali sono in crisi e i giornalisti peggio. Eppure, da un lato siamo
sommersi dalle notizie, dall’altro non esiste testata giornalistica, su carta, online o via
etere, che soddisfi la domanda. I lettori sono rassegnati e si adattano a ciò che passa il
convento. Il problema risiede nella qualità delle notizie, anzi delle news (molte delle quali
fake). Nella veridicità o falsità delle notizie.
Cantava una volta Figaro: «La calunnia è un venticello, un’auretta assai gentile che insensibile, sottile, leggermente, dolcemente incomincia a sussurrar. Piano piano, terra terra, sottovoce, sibilando, va scorrendo, va ronzando; nelle orecchie della gente s’introduce destramente e le teste ed i cervelli fa stordire e fa gonfiar…»
È sempre stato così. Lo sapeva Susanna e lo sapevano in due vecchioni. Ma oggi, con i
nuovi media la battaglia si è fatta più dura ed è più difficile far prevalere la verità.
Sta a noi, misurare e discernere. Gli editori, i giornalisti, i lettori sono tutti pur sempre uomini. E se il giornalista è un uomo che per vocazione, passione o missione, cerca,
scopre, sente, seleziona e, che prima di diffondere le notizie, deve sempre misurare e discernere, il lettore, che sia di un libro, un articolo o solo di una notizia flash che gli viene sparata negli occhi, e ahinoi, nelle mente, deve fare altrettanto.
La passione non basta, e nemmeno la buona fede, in quanto chiunque scrive di qualcuno
o di qualcosa, per essere un buon giornalista e non un pennivendolo, dovrebbe prima di
diffondere una notizia dovrebbe anche analizzarla e verificarla; e in mancanza non
dovrebbe darla. E chi legge deve prestare attenzione. Si diceva un tempo, “vox populi, vox Dei”, non è più così.
Papa Francesco, in una breve intervista rilasciata poco prima di ammalarsi ha avvertito
l’esigenza di mettere in guardia gli addetti ai lavori di non cadere in tentazione e non
“peccare”, e indirettamente anche i lettori di non prestar troppa fede ai mezzi di comunicazione di massa.
In realtà il nostro Papà, con il suo tipico linguaggio diretto, rivolto all’uomo comune, credente o no, “… per evitare di usare un linguaggio teologico …”, non ha parlato di
“peccato”, ma di “comportamenti negativi”, dei media; additando in particolare quattro
“peccati”: la “disinformazione”, la “calunnia”, la “diffamazione” e “l’uso strumentale di
parole tecniche”; precisando che ciascuno di quelli che eufemisticamente chiama
“comportamenti negativi” – vuoi che siano, se non una vera e propria calunnia o una
diffamazione, un’informazione errata o una menzogna, inventate ad arte per screditare
qualcuno, o semplicemente l’uso pletorico di una parola “tecnica”, affermata in modo
assolutistico allo scopo di accreditare come vera una tesi, che altro non che un’ipotesi,
mistificando la verità – costituiscono tutti, oltre che delle minacce, delle vere e proprie aggressioni che pongono la vittima in una posizione debolezza, dalla quale non sarà mai in grado di difendersi adeguatamente, sia per la disparità dei mezzi di cui dispone, sia perché, come diceva un politico italiano, ogni smentita è una notizia data due volte.
Errori in cui – dice il Papa – tanto le televisioni, quanto i giornali, consapevolmente o meno,
talvolta incorrono. E i lettori appresso. Meditiamo gente.
