Attualità

Cosa c’entra Černobyl’ con l’Italia

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Nelle ultime settimane è tornato alla ribalta il discorso sul nucleare
di Beatrice Laurenzi

Non solo per quanto riguarda il riarmo europeo, ma anche per la reintroduzione dell’energia nucleare in Italia. Venerdì 28 febbraio, infatti, il governo ha approvato un disegno di legge soprannominato subito “ddl nucleare”, “per garantire energia sicura, pulita, a basso costo, capace di assicurare sicurezza energetica e indipendenza strategica all’Italia”, così si è espressa la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, in un video pubblicato sui social. E subito ne è scaturito un gran parlare: qualcuno si chiede se questo vada contro i referendum del 1987 e del 2011; qualcun altro parla dei costi e della loro sostenibilità; le associazioni ambientaliste sottolieneano come sia un tipo di energia incompatibile con l’urgenza di contrastare fin da ora i cambiamenti climatici.

Poco prima di sentire la notizia del disegno di legge e la successiva polemica, avevo cominciato a leggere, inconsapevole di quanto sarebbe stato in tema, un libro bellissimo quanto terribile: Preghiera per Černobyl’ di Svetlana Aleksievič. Bellissimo per il modo in cui il tema è trattato, terribile per il tema che tratta. La  giornalista e scrittrice bielorussa nata in Ucraina, insignita del Premio Nobel per la letteratura nel 2015, ha viaggiato per tre anni, intervistando chi aveva assistito in prima persona al disastro di Černobyl. «Questo libro non parla di Černobyl’ in quanto tale, ma del suo mondo. Proprio di ciò che conosciamo meno. O quasi per niente. La storia mancata: ecco come avrei potuto intitolarlo.

A interessarmi non era l’avvenimento in sé, vale a dire cos’era successo, per colpa di chi, quante tonnellate di sabbia e cemento c’erano volute per costruire il sarcofago che richiudesse quel buco del diavolo, bensì le impressioni, i sentimenti delle persone che hanno toccato con mano l’ignoto. […] La ricostruzione non degli avvenimenti, ma dei sentimenti». Così inizia il libro, con l’Intervista dell’autrice a se stessa sulla storia mancata, e prosegue con la raccolta dei “monologhi” degli evacuati, donne e uomini, dei residenti non autorizzati, dei soldati, di docenti universitari e scienziati, di contadine e contadini, assicuratori, cineoperatori, piloti, madri, padri, figlie e figli, mogli e mariti, per tutti «Černobyl’ è il principale contenuto del loro mondo». Sono passati ventotto anni dalla pubblicazione del libro, trentanove dal disastro, eppure è spaventosamente incredibile quanto le loro  parole siano significative, e attuali.

Nelle edizioni successive è stata aggiunta un’Introduzione, scritta nel 2011, dopo Fukushima, che recita più o meno così: «I mezzi di comunicazione odierni ci permettono di assistere in presa diretta alla tragedia del Giappone. Che accade sotto i nostri occhi. Che tocca anche noi. La paura atomica ha reso il mondo ancora più piccolo.»

Perché le sostanze che si liberano dall’esplosione di un reattore nucleare sono gassose e volatili, e ci vuole meno di una settimana perchè si diffondano nel mondo intero: l’esplosione di Černobyl’ è stata il 26 aprile; il 29 aprile si sono registrati alti livelli di radioattività in Polonia, Germania, Austria e Romania; il 30 in Svizzera e Italia; il 2 maggio in Cina e Giappone; il 5 e 6 maggio negli Stati Uniti e in Canada. Una contadina bielorussa descrive così la “radiazione”: «Io l’ho vista… Questo cesio era finito nel mio orto e c’è rimasto finché non l’ha inzuppato la pioggia. Ha il colore dell’inchiostro… Era lì per terra e luccicava, a pezzetti iridescenti… Era un pezzetto così, tutto blu… E duecento metri più in là, ancora un altro… Un paio di ettari… solo di pezzi grossi ne abbiamo trovati quattro… Uno anche rosso…»

La paura dovrebbe essere un’ottima insegnante, eppure lo shock passa presto. E il mito atomico regge. «Perché le radiazioni diminuiscano ci vuole tempo, ma un tumore a cinque anni di distanza è affar tuo e basta. C’è una statistica di cui nessuno parla. L’ha stilata un gruppo di ecologisti indipendenti russi. Černobyl’, dicono, è costata la vita a un milione e mezzo di persone.» Ed è vero che la tecnologia avanza, che i reattori di oggi sono più piccoli, o più sicuri, ma lo dicevano anche all’epoca: «Qualche anno fa sono stata nella centrale nucleare di Tomari, sull’isola di Hokkaido. Gli addetti alla centrale si sentivano demiurghi. Padroni del mondo. Mi chiesero di Černobyl’. Ascoltarono la risposta e mi sorrisero, partecipi. Da noi non potrà mai accadere, dissero. Neanche se un aeroplano ci si schiantasse contro, neanche con un terremoto di magnitudo 8. Questa volta però, e per la prima volta nella storia del Giappone, il terremoto è stato di magnitudo 9.

L’uomo di oggi non vuole ammettere di non essere onnipotente.»

Pensando ai costi dell’energia atomica, sarebbe bene pensarli anche in termini di vite umane: «Intanto, alle riunioni del mattino fra chi doveva rimediare alla catastrofe si facevano prosaicamente i conti: “questo ci costerà dieci vite umane…”, “quest’altro venti…”. Ma i volontari non mancarono. Dopo quanto accaduto, qualcuno osa ancora sostenere che l’energia atomica è la meno costosa?»

Non si può leggere Preghiera per Cernobyl e credere ancora nel nucleare. Ecco perché tutti dovrebbero leggerlo.

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