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Il Conclave, gli ultimi e noi

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Nell’ultimo lavoro di Mons. Vincenzo Paglia a titolo “Il primo giorno di un mondo nuovo” l’autore ci avverte circa il morbo della egolatria. L’uomo secolarizzato, emancipato da credi religiosi e dalle tradizionali gerarchie paternalistiche, è caduto nel baratro dell’individualismo. 

L’ateismo, che ci si illudeva potesse condurre l’uomo alla libertà, lo ha consegnato invece ad una condizione di angoscia e di solitudine. È morto il suo genitore celeste e anche il suo vicino prossimo, affermandosi così la tirannia dell’individualismo in una società del tutto priva di visioni. 

Gli 8 miliardi e mezzo che calpesteranno il pianeta nel 2030 affollerà in buona parte delle megalopoli, tanti “io” imbevuti di egoismo e senza alcuna fraternità, che è l’unico mezzo per resistere alla crudeltà del mondo. 

Contro questo declino almeno i Cristiani dovrebbero esprimere una energia di “socialità” e, secondo la Lettera a Diogneto, “Dio li ha messi in un posto tale che ad essi non è lecito abbandonare”.  È un mandato al quale non è possibile sottrarsi.

Insomma, non ci resta che amare per salvarci. Siamo in tempo di Conclave per scegliere un nuovo Papa che porti avanti la sventolata bandiera degli “Ultimi”, come se i pontefici che lo hanno preceduto anche nel secolo scorso si fossero dimenticati della povera gente.

“Ultimo” è una parola di gran moda, ormai abusata sui giornali come si trattasse di una nuova rivoluzionaria scoperta scientifica in grado di cambiare le sorti del mondo. “Gli ultimi saranno i primi” è la speranza di una marea di persone a cui è rimasta sola la citazione biblica per immaginare un po’ di riscatto. “L’ultimo che arriva paga per tutti” e “Chi tardi arriva male alloggia” sono detti che cercano di riportare con i piedi per terra quelli non ce l’hanno proprio fatta a primeggiare.

Forse vale la pena ricordare che “ultimo” deriva dal latino “ultimus” ed ha un carattere e una forza di superlativo. Per alcuni ha la sua fonte nell’aggettivo “ulter”, cioè di chi si trova al di là e oltre.

Non è dunque riducibile ad una semplicistica definizione negativa; comporta al contrario una visione diversa, la capacità di superare i propri limiti per saper guardare più in là della propria esperienza e conoscenza. 

A questo proposito è così che si giustifica la smania di Ulisse nel voler varcare le colonne d’Ercole ed è sempre così che l’uomo d’oggi preferisce intendere gli ultimi come colui che ha tranquillamente sorpassato e si è lasciato di spalle. 

Gli Ultimi sono una categoria che dunque viene per comodità ricondotta anche ai derelitti, agli abbandonati al moto ondoso di una società priva di pietà e che galleggiano senza verso, da morti, a pelo d’acqua o appena aggrappati alla morte, la sola che li sostenga, in attesa che lei si divincoli e li lasci andare a fondo.

Del resto, non casualmente il grande teologo Bonhoeffer ricordava che “il prossimo mi è fratello solo se mi è di peso” e il mondo è zeppo di umanità afflitta dall’ansia per un prossimo giro senza mai curarsi del prossimo in affanno e dall’odore di zavorra.

È tempo di Conclave e siamo diventati per qualche giorno tutti più buoni. Il comandamento dell’amore è quello a cui ci si riferisce ma è sempre percepito comunque come un comandamento, qualcosa semmai a cui obbedire e non una ispirazione da far propria.

Sarebbe terribile se un potere saggio imponesse la dittatura del bene, una contraddizione intollerabile, peggio ancora dello smarrirsi nei propri vizi ed egoismi. 

Resta il fatto che l’uomo contemporaneo non sembra ancora pronto per l’Amore. Siamo ancora assai più vicini alla legge del taglione che a quella della misericordia. Ci vorrebbe una Politica che dall’alto desse un certo imprinting alle generazioni che verranno. 

Potremmo semmai recuperare un po’ di strada se almeno culturalmente imparassimo e ci educassimo all’amore pur senza avvertirlo nel cuore, così come si imparano le tabelline. Sarebbe già qualcosa. Agli “Ultimi” l’ardua sentenza.

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