
Tra inviti del Papa e reticenze dei potenti, la tregua resta sospesa. Senza accordo e senza ascolto, la guerra prolunga sé stessa. Servirebbe il coraggio di un nuovo spartito: umano, creativo, solidale.
Le preghiere del mondo sono aggrappate a due parole che in genere sembrano congegnate per andare sotto braccio e che invece grazie alla politica mondiale sembrano diventate antitetiche.
Tregua e accordo sono i binari su cui potrebbe correre la pace in linea parallela e che invece sembrano messi a terra per divergere fino a bloccare in partenza i buoni propositi. Il bisticcio è tutto se debba intervenire prima l’una o l’altra.
La tregua richiama il tremore con cui il mondo procede davanti ad una sosta di guerra, come facesse paura, un incubo da evitare con il cinismo che si richiede. Stare su un trespolo a riposarsi con il rischio che i muscoli si raffreddino e si perda il filo delle mazzate da darsi è idea buona solo per chi vive di delirio fuori dalla realtà.
Può darsi che i potenti del mondo mostreranno di infischiarsene dell’invito alla pace di Papa Leone XIV, magari solo per un periodo temporaneo, una sorta di tregua di Dio, quella che una volta si osservava nei secoli scorsi per rispetto religioso in presenza di particolare festività come il Natale o la Pasqua.
La Chiesa non esiterebbe oggi a tirar fuori dal cilindro una festività da osservare per tentare di dare respiro alla memoria della guerra, così che possa ricordare che è un bel po’ che è in campo ed è forse l’ora di prendere un minimo di fiato per poi ripartire nefastamente magari con maggiore slancio.
Di fondo, il pericolo della guerra è che diventi silenziosamente un vizio al quale è difficile rinunciare, un abituale modo di relazionarsi che non conosce sostituti di pari efficacia.
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