
Gran bella cosa la statistica, fa il censimento del reale senza fare sconti a nessuno. Non si perde in immagini e non ti seduce con messaggi pubblicitari. Non fa altro che raccontarti ciò che è. Per non sbagliarsi e per non ingannarti ti spara un po’ di numeri perché tu possa renderti conto dei fatti. Anche sulle cifre gli uomini spesso hanno da dire che c’è comunque della partigianeria.
La statistica riporta dati fermi a un certo periodo affidandoteli per un esame dei fatti. E’ una materia “statica” che non si muove e per un verso ti obbliga a dirazzare con lo sguardo per riflettere su quanto ti è passato sotto al naso.
Sembra che di Stati al mondo se ne contino ben 193, non considerando quelli muniti di uno status speciale o non riconosciuti. Insomma, alla fine se ne sommano 205. Sempre per stare alla matematica, di guerre in corso ce ne sono 56 con un numero di morti che non vale la pena indicare perché, se siano di più o di meno, risultano del tutto indifferenti. Semmai c’è chi spera per un record e chi invece probabilmente scommette che si superi una certa quota per portarsi a casa un buon gruzzoletto.
Se si dividesse il numero di Stati per i conflitti in corso arriviamo ad una media approssimativa quasi di una guerra ogni 4 Stati. Non c’è che dire, qualcosa di ragguardevole e soprattutto che ci impedisce di dire che è distante chissà quante miglia da noi.
Si parla di una terza guerra mondiale spezzettata, così correndosi il rischio che l’idea di una frantumazione la depotenzi, le faccia perdere il tratto di sangue che si porta appresso, ne disperda per meandri immaginifici il suo speciale carattere in modo da ingessarne il dolore per cui non ci sarebbe da preoccuparsi.
E’ un po’ la logica dello smaltimento dei materiali di un cantiere quando si ristruttura una abitazione. Ricorrere ad un centro di raccolta, concentrandone tutto lo scarico, ha un suo costo; lasciarli furtivamente per strada in più parti della città ne ridimensiona l’entità e si crede che non facciano un gran danno, almeno economicamente.
La guerra è divenuta una modalità consuetudinaria tra gli uomini, la maniera attiva e proficua di essere società. E’ diventata l’elemento predominante che consente a tutti di scambiare idee e opinioni, di portare la parola accompagnata da polvere da sparo al pari di bollicine per brindare ad un incontro.
E’ ormai l’artefice stessa delle relazioni internazionali, il biglietto da visita per presentarsi a casa di altri con invito o senza. La guerra è lo strumento necessario per rapportarsi con la diversità, per dare il brio necessario a confronti che altrimenti cadrebbero nel dramma della stasi.
Oggi la Storia odia il punto fermo, l’immobilismo della pace, il sonno della tranquillità. Ama la tempesta prima della quiete perché l’uomo ha sempre bisogno di un brivido per sentirsi vivo, si nutre di un imminente pericolo, l’ebbrezza del precipizio, mai considerando che ci si può anche lasciare le penne.
La Storia è drogata di passioni irrefrenabili che chiedono in continuazione nuove dosi di rischio per non cadere in depressione. Si abbevera di sconvolgimenti, gli stessi che alimentano un rapporto di amore che altrimenti si corrompe di una piatta quotidianità.
Storia e Guerra si nutrono di azzardi continui, di esiti imprevedibili, di giochi che finalmente possano scappare di mano e fare macerie della logica dell’ordine di una noiosa convivenza.
Il motore del mondo si accende soltanto a certe condizioni altrimenti a star fermo si ingolfa e irrancidisce l’olio che ne fa muovere gli ingranaggi. Richiede ossessivamente una novità che superi appena quella precedente, non conosce sosta e detesta il limite che sembra per scellerata legge divina non debba mai superarsi.
La guerra è oggi l’esclusiva direzione di ricerca dell’uomo, il suo cimento per scoprire il colmo delle sue possibilità e delle sue ambizioni.
Questo è anche il tempo della chiarezza nel quale è possibile riconoscersi per come si è. La filosofia e le altre arti del pensiero possono smettere di lavorare. Si è giunti una volta per tutte alla conclusione tanto indagata. La società degli uomini gode della guerra ed il resto gli è sostanzialmente estraneo.
La precarietà della esistenza sembra essere la sola cosa che spaventi gli uomini d’oggi; così la guerra e con essa la morte sono la soluzione ad una attesa che tormenta, sono gli strumenti di un ritrovato potere dove non si subisce la fine ma la si agisce a piacimento.
Gli uomini non si azzannano perché ci si calpesta i piedi in uno spazio troppo stretto per tutti o solo perché afflitti dalla noia dei giorni.
Guerra e morte traducono il coraggio di andare a vedere il punto del dopo, cosa c’è oltre l’ingombro della vita, la navigazione intrepida lì dove il mare si secca, l’esplorazione che svela l’ignoto.
E’ bene per una volta essere onesti e cambiare la narrativa buonista che non regge più alla prova dei fatti. L’uomo è per la morte e non per altro. Guerra e morte sono la gioia di una leccornia tutta da gustare.
