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Referendum e Parlamento, nemici e amici

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Come era prevedibile se ne dicono più sui commenti al referendum che rispetto ai temi dibattuti precedentemente la consultazione popolare. C’è tra i partiti chi si accaparra l’esito della votazione dicendo di aver vinto o di aver vinto in ogni caso. Solita sceneggiata della politica italiana immersa in non poche contraddizioni e distinguo di comodo.

Forse sarebbe il caso di semplificare le chiavi di lettura, oltre che discutere tecnicamente sulle modifiche da apportare all’istituto referendario.

Anche se ridotto nei ranghi, abbiamo un Parlamento che è chiamato a legiferare con maggioranze e minoranze a confronto.  Su questioni di coscienza come eutanasia, divorzio, aborto e quant’altro ancora sembra del tutto comprensibile sentire la voce del popolo che esprime la propria volontà a favore o contro.

Discorso diverso è per quesiti su materie più articolate e complesse che richiedono studio e conoscenza degli argomenti e che non tutti possono padroneggiare. Non a caso il Parlamento è organizzato in Commissioni che lavorano e approfondiscono i fatti prima di legiferare.

Ne è la riprova che i quesiti per essere ammessi sono articolati in modo di ricevere il preventivo placet della Corte di Cassazione e ne viene peraltro fuori una scrittura difficilmente comprensibile ai più.

Ne potrebbe essere esempio il tema “caldo” del riconoscimento della cittadinanza italiana che opportunamente non andrebbe affidata all’istinto popolare ma dibattuto nella sede propria del Parlamento con tutta la severità e l’accortezza richiesta.

Il Parlamento non dovrebbe conoscere bypass e il referendum è prezioso ma è bene usarlo con parsimonia per non indebolirne la valenza. Per il resto, si faccia come si vuole.

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