Società

Francia stringe la cinghia sul fast fashion: e in Italia quando?

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Il Senato francese ha approvato un nuovo disegno di legge volto a regolamentare il fast fashion, prendendo di mira Shein e Temu, colossi cinesi dell’e-commerce. Il provvedimento, passato con 337 voti favorevoli e solo uno contrario, ora sarà esaminato da una commissione mista a settembre e dovrà essere approvato anche dalla Commissione Europea.

Il cuore della legge è un eco-score per valutare l’impatto ambientale dei capi, con possibili tasse fino a 10 euro per articolo entro il 2030. Inoltre, saranno vietate le pubblicità per i brand più inquinanti e saranno puniti gli influencer che li promuovono.

Nonostante ciò, la legge è stata criticata dagli ambientalisti perché colpisce solo alcuni marchi e non le catene europee come Zara o H&M, considerate meno dannose ma comunque parte del problema.

Per i sostenitori del testo, l’obiettivo è tutelare l’industria europea, in netto svantaggio rispetto alla produzione cinese, più economica e su larga scala.

Il rappresentante di Shein ha avvertito che la legge potrebbe danneggiare il potere d’acquisto dei cittadini.

In Francia, ogni secondo vengono buttati 35 capi di abbigliamento. Intanto, il valore del fast fashion pubblicizzato è salito da 2,3 a 3,2 miliardi in 13 anni.

Ma in Italia? Di fronte a un mercato invaso da prodotti usa-e-getta e piattaforme globali, è lecito chiedersi: quando adotteremo misure simili anche da noi?

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