
Quando una società perde il senso della vita
Il primo caso di suicidio assistito in Toscana, di un giovane uomo affetto dal morbo di Parkinson alimentato con il Peg per una grave forma di disfagia, invita a riflettere sul senso della comunità e il concetto di vita. Tutti hanno festeggiato la sua morte intesa come una conquista di civiltà. Eppure, guardando la fotografia di Daniele P. diffusa dai giornali viene un po’ di amarezza, immaginando l’ombra della morte che ha oscurato quei suoi grandi occhi così pieni di luce.
Mentre l’Europa e l’Italia se ne vanno a braccetto, pensando ad aumentare la spesa pubblica militare, alimentando un clima di morte e di dolore che aleggia ai confini del Vecchio Continente, il sistema sanitario, servizio essenziale per la comunità, fatica ad andare avanti.
Il Belpaese può contare su eccellenze e gli ospedali pubblici che rendono un servizio straordinario al cittadino, vantano personale medico altamente specializzato, il più delle volte limitato dalla mancanza di fondi e strumentazioni per le diagnosi, diagnosi precoci o per trattamenti di avanguardia. A questo si aggiunge l’assistenza al paziente o percorsi integrati per il suo benessere, inesistenti.
La vita o la morte o… la sperimentazione
Da una parte, si assiste ad uno sperpero di denaro pubblico, poco trasparente, in vaccini o mascherine e in percorsi terapeutici sperimentali a larga scala, per cui il paziente diventa ricattabile e con l’inganno delle parole all’insegna di un “consenso informato” dovrà scegliere fra la morte o la speranza di guarire apponendo una firma con la quale darà il consenso, scagionando medici o strutture dalle responsabilità, come emerso durante il periodo pandemico, apice di un sistema colluso e corruttibile.
Dall’altra invece, negli ultimi cinque anni, la società è sprofondata in una dimensione aberrante, in cui i protocolli indirizzano agli hospice, per accompagnare le persone alla morte perché ormai ritenute croniche, con cure palliative e dove non sono effettuati trattamenti di rianimazione, come un semplice massaggio cardiaco. Tanto che, più che hospice li si dovrebbero chiamare “case di degenza pre-morte”.
L’anziano poi non ha più un ruolo in una società consumistica che fagocita se stessa. Non spende, non mangia, non viaggia. Il paziente anziano malato è il peggiore di tutti. È un costo per il sistema sanitario e diventa solo un numero, un codice fiscale, un numero di carta sanitaria sacrificabile. Per cui se a 80 anni arriva un tumore, non vale la pena investire: a quell’anziano sono vietati trattamenti innovativi che potrebbero prolungare la vita di qualche anno se non nel privato dove può invece accedere a strumenti d’avanguardia, al costo di qualche decine di migliaia di euro se vuole un’opportunità per continuare a vivere. L’anziano viene guardato con compassione miserevole. All’anziano vengono riservate parole di conforto come “lei è arrivato bene fino a questa età, la sua vita l’ha vissuta, ecc.”.
Il paziente più giovane invece è in balia di infinite prenotazioni, liste di attese estenuanti, sottoposto a stress continui per una diagnosi nella speranza di essere integrato in un percorso terapeutico ospedaliero con un quotidiano che sarà poi cadenzato da telefonate al CUP, lunghe code e ingenti spese per il ticket e i farmaci. Al paziente giovane resta solo poter desiderare un aggravamento per ottenere l’invalidità per affrontare le spese per la propria patologia e magari rimediare – perché no – anche un posto di lavoro.
Ribellarsi alla morte
La sanità avrebbe bisogno di molto. Non solo di ricerca: strumentazioni, personale medico infermieristico o di sostegno, percorsi di assistenza con servizi integrati, terapie alternative.
Per non guarire il paziente, lo si preferisce curare, metterlo sulla panchina, in una trama dell’assurdo. Quando costa troppo, allora lo si suicida.
In tutto il mondo, molti paesi hanno introdotto l’eutanasia assistita, ampliandola e rendendola sempre più accessibile anche per chi a 24 anni vuole morire per una depressione ritenuta incurabile, come viene praticato nel “civile” Belgio.
Il suicidio assistito non è una conquista di civiltà. È forse il contrario: la perdita del senso della vita e della collettività, sorretto da un sistema che non aiuta e che nutre il clima di guerra e una retorica della morte, portando alla sua banalizzazione.
In questo scenario, ribellarsi alla morte è impopolare. Ma sarebbe forse il caso ricordare che non tutti vogliono morire.
