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Recensione La furia

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La furia 
Alex Michaelides
Giallo
Traduzione di Manuela Francescon
Einaudi Torino
Pag. 323 euro 18,50
2025 

Grecia, Egeo meridionale, arcipelago delle Cicladi, minuscola isola Aura (non troppo distante da Mykonos e Santorini). Molti anni fa. La sera in cui avvenne l’omicidio soffiava un vento fortissimo. Imperversava furente su alberi e sentieri, fischiava, gemeva, copriva e portava via ogni altro suono. Ecco, comunque, tre spari in rapida successione. Fra le rovine in mezzo alla radura c’era un corpo riverso a terra: la splendida famosa ex star del cinema statunitense Lana Ferrar sembrava proprio morta, uccisa su quell’isola privata di sua proprietà. Il primo ad arrivare fu il figlio Leo, poi tutti gli altri e le altre, ma la tragedia non finiva lì, quello era solo l’inizio. Erano stati in tutto sette “intrappolati” sull’isola: il narratore, Elliot Chase, magro di statura media, capelli e occhi neri, naso grosso e mascella indefinita, infanzia terribile con padre bruto, madre ubriacona e compagni bulli, quarantenne emergente drammaturgo, vedovo della importante attempata romanziera Barbara West; appunto Leo, diciassettenne aspirante attore, figlio del primo marito; l’amica del cuore della proprietaria Kate Crosby, altrettanto bella cinquantenne attrice di teatro, confusionaria indisciplinata inaffidabile, brillante carismatica simpatica; il secondo e più giovane marito Jason Miller, attraente piccolo imprenditore inglese, bello e robusto, occhi azzurro chiaro e capelli scuri; la quarantacinquenne impeccabile discreta governante tuttofare originaria dell’arcipelago, Agathi, la cui amata compianta nonna chiamava quel frequente vento la furia; il custode e giardiniere Nikos, giovane pescatore vedovo. Gli intrecci si sprecavano (Jason e Kate amanti, Elliot e Nikos ammaliati da Lana, gli interessi e le parentele, tutto il resto), qualcuno uccise davvero.

L’ottimo scrittore cipriota Alex Michaelides (Cipro, 1977), padre greco-cipriota e madre inglese, ha studiato Letteratura inglese all’Università di Cambridge e Cinema all’American Film Institute di Los Angeles, con successo. Con i romanzi ha venduto milioni di copie nel mondo, questa volta scrive un “giallo” e ringrazia esplicitamente significativamente i quattro grandi autori “di genere” che lo hanno ispirato: Agatha Christie (“mano implacabile e spietata”), Shaffer, Patricia Highsmith, Ford (pseudonimo di Hueffer). Nel testo ci torna spesso su, la narrazione è tutta in prima persona al presente, rivolta spesso a un “tu” che gli sta accanto (o dentro) e talora in apparente terza, visto che descrive anche quel che fanno o pensano gli altri, pure in sua assenza: “conosco bene le convenzioni di questo genere letterario, so cosa dovrebbe succedere… un’indagine per omicidio, una soluzione e poi un colpo di scena”, almeno uno (qui più); “è il bello di ogni giallo a chiave, no? Ognuno può scommettere sul cavallo che preferisce”; “la mia mano invece è tutto meno che ferma. È debole, facile alle distrazioni, proprio come me. Disorganizzata e sentimentale. Non esistono doti peggiori per uno scrittore di gialli. Grazie al cielo sono solo un dilettante. Non è mai stato questo il mio mestiere”; “sarà solo un giallo a tinte forti come tanti, da comprare in aeroporto, divorare in spiaggia e poi buttare via e dimenticare prima di tornare a casa”. Suo malgrado, tuttavia, si tratta di un bel romanzo. La furia del titolo non riguarda solo il vento, bensì un po’ tutti i protagonisti, in vari momenti, ognuno a proprio modo. Ovviamente, vi è il solito discutibile riferimento ai Neanderthal, quattro ragazzini crudeli che perseguitano violentemente Elliot a scuola. Alcol in gran quantità, vino e champagne caratteristici di quegli ambienti, ouzo vodka whisky. Nel pub il pianista suona If Love Were All di Noël Coward, mentre i due si baciano, ubriachi e chiassosi.

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