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La guerra, Giulio Verne e un orizzonte da rifare

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Siamo in permanente clima di guerra e il sole di questo tempo mette in luce lo sfarzo delle armi stagionate al punto giusto per fare male. Si discute troppo di una tregua, così inutilmente da invocarne una perché almeno non se ne parli più.

Ci si dovrebbe muovere alla stregua di un giudizio che manca, si richiederebbe un modo che porti alla pace. La stregua è anche una rata da ottemperare, che ciascuno paghi la propria all’altro così da finire il contenzioso di morte e di dare termine ad ogni bega.

Si dovrebbe essere “begalini” per non rendersi conto della impossibilità di dare conto ai quelli già sottoterra che ancora non si capacitano della sorte che hanno avuto.

Sarebbe ora di fare lega, miscelandosi l’uno con l’altro e correre la distanza di tutte le leghe possibili per mettersi di nuovo tutti d’accordo. Invece siamo sommersi di sottomarini nucleari che muovono per 20.000 leghe sotto i mari pur di prepararsi allo scontro o anche facendo il giro del mondo in 80 giorni.

Giulio Verne non saprà mai di essere stato responsabile per aver ispirato, anche grazie a lui, gli eserciti ad attrezzarsi al conflitto con tanto di tecnologia e di imprese audaci a supporto.

Eppure ne  “Le paglie rotte” il buon Verne scrive un romanzo in cui il protagonista, certo di essere ammalato, assolda un killer per essere ucciso. Scopre poi di una diagnosi errata ed è costretto a fuggire dal killer implacabile a cui ha dato, con singolare dabbenaggine, incarico.

Sembra un po’ la storia di questa umanità che si organizza per una soluzione radicale per liberarsi definitivamente dai suoi mali. Ciò che non è dato comprendere e se farà in tempo a rinsavire sul triste proposito, perché nulla è veramente ineluttabile, sfuggendo ad un destino ormai in marcia per lo sterminio.

La guerra non è solo dalle parti dell’Occidente. In quella terra prima o poi doveva accadere. E’ lì dove tramonta il giorno, cade a terra a volte sbattendoci il muso. Anche in Oriente si spara ed è meno comprensibile perché è il posto dove si sorge, levandosi le tenebre della notte di dosso.

Forse l’eccesso di luce acceca i suoi occhi disorientandoli verso il precipizio. Si tratta oggi di ritracciare un orizzonte ormai slabbrato, un limite robusto in cui saper stare.

Verne scrisse anche Robur il conquistatore e Il Padrone del mondo. Si tratta di opere meno note al grande pubblico. Speriamo che nessuno le riesumi per trarne nuova linfa. Ci sono cose a cui non va data gloria.

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