Cultura

Ribelli senza bussola: la gioventù inquieta da Hemingway a Holden Caulfield

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di Carlo Di Stanislao

«I giovani credono che il mondo cominci con loro, e finisca con loro. È questo il loro splendore, ed è questo il loro dramma.» Pier Paolo Pasolini

Nel corso del Novecento, la cultura americana ha prodotto una lunga teoria di figure letterarie, artistiche e cinematografiche in cui si sono specchiate le inquietudini della giovinezza moderna: una giovinezza privata di certezze, attraversata da un senso di perdita e marginalità, spesso sospesa tra nostalgia e rifiuto. La lost generation, la beat generation, l’adolescente Holden Caulfield, i quadri silenziosi di Edward Hopper, i versi rarefatti di Mark Strand, ma anche il cinema esistenziale di Terrence Malick, quello lirico e angosciato di Sofia Coppola, il nichilismo inquieto di Harmony Korine: ciascuno di questi universi contribuisce a comporre un atlante emotivo dell’America che ha perso la propria bussola morale ed esistenziale.

Coniata da Gertrude Stein e resa celebre da Ernest Hemingway, l’espressione lost generation designava i reduci della Prima guerra mondiale che, al loro ritorno in patria, si scoprirono estranei a un mondo che non riconoscevano più. Nei romanzi di Hemingway — da Fiesta ad Addio alle armi — il trauma bellico si traduce in una narrativa dell’erranza, del cinismo, della ricerca del piacere immediato come surrogato di senso. I protagonisti vagano per l’Europa senza meta né fede, consumati da un disincanto che è anche estetico: la scrittura scarna, essenziale, spogliata di sentimentalismi, mima l’anestesia morale che li domina.

Alcuni decenni più tardi, la beat generation avrebbe ripreso il tema dello smarrimento, ma con modalità radicalmente differenti. Se la lost generation è passiva e disillusa, i beat si muovono per reazione. La loro scrittura si fa strumento di rifiuto e trasgressione: è flusso, allucinazione, viaggio psichedelico e mistico. In On the Road (1957), Jack Kerouac trasforma il romanzo in una partitura jazzistica, nomade, aperta, che attraversa l’America in cerca di una libertà sempre rinviata. Alla solitudine esistenziale di Jake Barnes si oppone la solitudine elettrica di Dean Moriarty, mitologizzato come “pazzo santo del nulla”, affamato di esperienza.

Ma al centro di questa parabola letteraria e generazionale si staglia una figura solitaria e apparentemente marginale: Holden Caulfield, adolescente newyorkese inventato da J.D. Salinger. Pubblicato nel 1951, The Catcher in the Rye è uno dei romanzi più controversi e letti della letteratura americana. Holden non ha subito guerre, non partecipa a movimenti artistici: è un individuo che semplicemente rifiuta. Il suo disgusto verso la “phoniness” — l’inautenticità diffusa del mondo adulto — lo pone in una posizione radicale ma priva di progettualità. È una ribellione senza ideologia, una fuga ininterrotta. Se Jake Barnes si rifugiava nel silenzio e Moriarty nell’eccesso, Holden si rifugia nel paradosso: vuole proteggere l’infanzia, ma è già condannato a perderla.

In questo contesto di disagio esistenziale, assume un ruolo centrale anche l’arte visiva.

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