
di Carlo Di Stanislao
“La malinconia è la felicità di essere tristi.” — Victor Hugo
Nel grande affresco dell’immaginario culturale americano, c’è un sentimento che ritorna con costanza e delicatezza: la malinconia. Una malinconia fatta di silenzi, di spazi vuoti, di luci oblique che tagliano stanze deserte. La ritroviamo nei quadri di Edward Hopper, dove l’America appare immobile, assorta, in attesa. Ma la ritroviamo anche, con la stessa intensità, nella poesia di Mark Strand, dove l’assenza diventa sostanza, la solitudine diventa forma.
Strand, canadese di nascita ma americano per formazione e destino, è stato una delle voci più limpide e misteriose della poesia del secondo Novecento. La sua scrittura si muove tra i paesaggi interiori della perdita e quelli sterminati dell’America rurale e suburbana. I suoi versi sembrano spesso fluttuare tra il sogno e la veglia, tra la concretezza dell’oggetto e l’astrazione dell’emozione. “In un campo / io sono l’assenza / del campo,” scriveva. E con quel verso, semplice e abissale, dava voce a una condizione esistenziale prima ancora che poetica.
Nel volume “Tutte le poesie” (Lo Specchio Mondadori), curato da Damiano Abeni e Moira Egan, emerge la parabola di un autore che ha saputo rendere l’invisibile qualcosa di necessario, quasi tangibile. Con un minimalismo meditativo e una compostezza formale disarmante, Strand ci parla di ciò che manca, e di come ciò che manca definisca il reale. Non è un caso che proprio la nozione di “vuoto” sia il cuore della sua poetica: l’assenza, per lui, non è una mancanza ma una soglia, un varco da cui guardare il mondo con occhi più lucidi.
Come Hopper dipinge personaggi bloccati in un tempo senza azione, così Strand scolpisce parole in uno spazio sospeso, dove ogni elemento — una finestra, un campo, un’ombra — diventa portatore di attesa, di memoria, di smarrimento. Le sue poesie raccontano un’America senza clamore, abitata da fantasmi quotidiani, da presenze a metà. Eppure, da questa marginalità silenziosa, emerge un ritratto più autentico del Paese: quello di una nazione in cerca di se stessa, lacerata tra sogno e realtà, tra idealismo e disillusione.
