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I 5 stelle: stipendi pubblici e le elezioni regionali

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La notizia è di quelle che fanno riflettere e sono intrinsecamente divise creando schieramenti a favore o contro il fatto. Il tema è di compensare in modo adeguato chi assume responsabilità nella gestione della cosa pubblica.

E’ un principio che deve essere osservato per garantire oltretutto la imparzialità dell’amministratore pubblico che non deve essere sedotto da alternative diverse, tenuto conto degli oneri del lavoro e dei grattacapi che ci si sobbarca.

Per fare un esempio, sembra che il Sindaco di Roma abbia registrato un reddito con un imponibile assolutamente modesto, intorno ai 150.000 euro. Se vero, è una cifra del tutto sproporzionata, per modestia, rispetto alle enormi responsabilità che deve sopportare nel corso del suo mandato.

Nelle società “partecipate” pubbliche ed ancor più in quelle quotate in borsa ci sono poi emolumenti assai più significativi riconosciuti a semplici livelli dirigenziali per non parlare dei vertici che li capeggiano. Se ci fosse un criterio di coerenza, i Sindaci delle grandi città e non solo dovrebbero mettere in tasca ogni anno assai di più di quanto previsto.

Pochi giorni fa la Corte Costituzionale ha fatto saltare il tavolo di una previsione che fissava in 240.000 euro lo stipendio degli stipendi pubblici negli uffici dovendosi tornare ad avere come riferimento il trattamento del Primo Presidente della Corte di Cassazione, cancellando quella soglia fissa stabilita da una norma del 2014.

Oltre al tavolo è saltato quindi pure il tetto degli stipendi di cui si tratta. Si è quindi tolta la copertura ad una ipocrisia che va avanti da tempo fissando una soglia che ha una rigidità poco comprensibile concedendosi, specialmente nelle Società partecipate, troppo o troppo poco rispetto ai risultati ottenuti. Restano clamorosi esempi, in passato, di Commissariamenti della vecchia Alitalia e delle Ferrovie che furono premiati a dispetto dei disastrosi esiti di conduzione.

Sarebbe bene rimettere mano alla questione in un quadro organico che ripristini un equo rapporto tra compiti assegnati e trattamento economico e che sanzioni i fallimenti e premi le gestioni felici di risultati.

Non si tratta di scomodare sentimenti di populismo contro un aumento dello stipendio o di tifare perché questo invece finalmente sia riconosciuto. Il sospetto è che mettere mano ad una materia come questa corre il rischio di essere come il gioco dello shanghai. Se prendi un bastoncino con mano tremante fai cadere tutta l’impalcatura di riferimento ed allora meglio non azzardarsi affatto alla faccenda.

Fatto sta che la Corte Costituzionale si è espressa proprio in tempo estivo quando gli animi sono distratti e le polemiche non trovano posto, tutti pensando al mare o alla montagna.

Al riguardo sembra si respiri però un’aria di involuzione nei 5 Stelle. Conte e seguaci forse stanno rinsavendo o stanno perdendo lo smalto di un tempo. Hanno dato il loro assenso a sostenere la candidatura di Ricci alla Presidenza della Regione Marche malgrado un’inchiesta in corso e sono rimasti in silenzio sulla pronuncia della Corte Suprema.

In altri tempi ci sarebbe stato pane per i loro denti per urlare all’inciucio di poteri occulti o allo scandalo per decisioni incuranti di un popolo affamato, così affidandosi a tutto il repertorio che ne ha distinto l’azione politica.

L’attuale stagione fa di queste nefandezze o di questi miracoli. Il sole di luglio e agosto annebbia le menti o le rischiara. Comunque sia, si proceda.

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