
Secondo i dati Istat di giugno 2025, in Italia l’occupazione è in crescita, raggiungendo livelli record con oltre 24 milioni di occupati.
Tuttavia, l’analisi rivela un quadro più complesso: la crescita degli occupati si concentra esclusivamente nella fascia d’età 50-64 anni.
Nelle altre fasce d’età, al contrario, si registra un calo dell’occupazione, smentendo un miglioramento generalizzato del mercato del lavoro.
Inoltre, si osserva una “grande sostituzione” tra contratti temporanei e permanenti, probabilmente dovuta all’invecchiamento della forza lavoro.
Nonostante l’aumento delle retribuzioni orarie medie (+3,5% nel primo semestre 2025 rispetto al 2024), la realtà è negativa per il potere d’acquisto.
A causa della forte inflazione, i salari reali restano circa il 9% al di sotto dei livelli di gennaio 2021.
Questa perdita di potere d’acquisto è un problema di lunga data, poiché l’Italia è l’unico Paese europeo in cui i redditi reali sono diminuiti nel periodo 1990-2020.
Il fenomeno del “lavoro povero” evidenzia come un’apparente crescita occupazionale non si traduca in un aumento del benessere per la maggioranza dei lavoratori.
L’aumento degli occupati è dovuto in gran parte al fatto che le persone più anziane rimangono più a lungo nel mercato del lavoro. Questo è un paradosso politico, considerando le posizioni passate del Governo contro la riforma delle pensioni Fornero.
La combinazione di salari reali in calo e l’assenza di un aumento significativo dei redditi ha un impatto diretto sulla capacità di spesa dei cittadini.
La forte inflazione degli anni precedenti ha eroso i guadagni, lasciando i lavoratori con meno soldi in tasca.
Emerge dunque che il mercato del lavoro italiano è caratterizzato da una crescita numerica degli occupati che nasconde una debolezza strutturale, con salari che non tengono il passo con il costo della vita.
