Israele sull’orlo della guerra civile: la responsabilità storica di Netanyahu e del suo governo estremista

di Carlo Di Stanislao
“Il prezzo che gli uomini pagano per l’indifferenza verso la politica è essere governati da uomini peggiori.” – Platone
Israele oggi cammina sull’orlo dell’abisso. Non a causa di Hamas, Hezbollah o dell’Iran. Non per una nuova Intifada o per una guerra lampo al confine. Il pericolo più grave viene da dentro, da una crisi istituzionale, sociale e morale provocata da chi dovrebbe guidare il paese, non distruggerlo.
A trascinare Israele verso la frattura interna più profonda della sua storia è Benjamin Netanyahu, primo ministro più longevo dello Stato ebraico e, con crescente evidenza, il più pericoloso e irresponsabile. Al suo fianco, una coalizione di estremisti religiosi, ultranazionalisti, razzisti dichiarati e corrotti già condannati, con un solo obiettivo: mantenere il potere, a qualsiasi costo, anche sacrificando la democrazia.
La strategia della divisione
Benjamin Netanyahu non è un semplice leader politico. È una macchina da guerra elettorale, un sopravvissuto seriale, capace di trasformare ogni crisi in uno strumento per rafforzarsi. Nato in una famiglia ideologicamente di destra estrema, figlio del teorico revisionista Benzion Netanyahu, si è formato come ufficiale d’élite e come diplomatico negli Stati Uniti. Ha usato la sua eloquenza americana e il suo carisma militare per costruirsi l’immagine dell’uomo forte, dell’unico capace di difendere Israele.
Ma il vero tratto distintivo di Netanyahu è sempre stato il cinismo strategico: il potere prima di tutto. E per conservarlo, ha fatto della divisione della società il suo metodo sistematico. Ebrei contro arabi, religiosi contro laici, giudici contro governo, manifestanti contro patrioti, elite contro “popolo”. Ha creato una narrazione tossica in cui chi non lo appoggia diventa automaticamente “nemico della nazione”.
Oggi, stretto tra processi penali per corruzione, frode e abuso di fiducia, Netanyahu ha compiuto il passo decisivo verso l’autocrazia: distruggere le istituzioni democratiche pur di non perdere il potere. Il centro di questo assalto è la riforma della giustizia, un colpo di Stato strisciante camuffato da riforma.
Il cuore della crisi: la distruzione della magistratura
Netanyahu e i suoi alleati vogliono sottomettere completamente il sistema giudiziario, neutralizzando la Corte Suprema, politicizzando la nomina dei giudici, e togliendo ogni vincolo all’azione dell’esecutivo. Vogliono abolire il principio di ragionevolezza, che permette alla Corte di fermare leggi incostituzionali o abusive, e vogliono che il governo possa legiferare senza più alcun controllo.
Il fine ultimo non è una giustizia più “democratica”, come raccontano. Il vero obiettivo è proteggere Netanyahu dai suoi processi, garantire impunità ai corrotti, e dare ai fanatici religiosi e agli ultranazionalisti mano libera per ridisegnare lo Stato secondo la loro visione teocratica ed etnica.
L’Israel Bar Association, i giudici in pensione, gli avvocati, le università, le associazioni civiche: tutti hanno lanciato l’allarme. Ma la risposta del governo è stata sprezzante. E ancora peggio: ha etichettato i magistrati come “nemici del popolo”, ha minacciato pubblicamente i giudici, e ha tentato di destituire i funzionari statali che non si piega vano.
L’esercito si ribella
A segnare la gravità del momento è la frattura drammatica all’interno dell’esercito israeliano, da sempre pilastro fondante della coesione nazionale. Migliaia di riservisti – inclusi membri di unità d’élite, cyber intelligence e aviazione – hanno annunciato che sospenderanno il servizio se la riforma passerà.
Non è diserzione: è un atto di coscienza. Rifiutano di servire uno Stato che non è più democratico. L’unità nazionale si sta spezzando proprio dove era più forte: nelle Forze Armate. Generali in congedo, capi dello Shin Bet, veterani di guerra parlano apertamente di collasso operativo. E il governo risponde accusando i militari di sabotaggio, alimentando un clima di odio.
Quando l’esercito non riconosce più l’autorità politica come legittima, non siamo più in una crisi politica: siamo all’alba di una guerra civile.
Gli alleati estremisti: un governo da incubo
Ma Netanyahu non sta agendo da solo. Ha scelto consapevolmente di stringere un patto di ferro con i settori più reazionari della società israeliana, spalancando le porte del potere a personaggi che fino a pochi anni fa erano ai margini dell’arena politica.
Itamar Ben Gvir, ministro della sicurezza interna
Un tempo discepolo di Meir Kahane, fondatore del movimento kahanista bandito come organizzazione terroristica, Ben Gvir ha collezionato decine di denunce per incitamento all’odio. È un estremista dichiarato, favorevole alla segregazione razziale, fautore della violenza dei coloni e responsabile di una linea repressiva brutale contro arabi, attivisti e manifestanti.
Oggi, controlla la polizia. E la usa come strumento politico. La sua presenza al governo è un insulto a qualsiasi democrazia.
Bezalel Smotrich, ministro delle finanze e con deleghe sulla Cisgiordania
Smotrich è un nazionalista religioso radicale, apertamente omofobo, promotore di un’ideologia messianica. Vuole annettere la Cisgiordania e gestisce miliardi di shekel che dirotta verso le colonie illegali, smantellando ogni ipotesi di soluzione a due Stati. È il volto istituzionale di un’apartheid strisciante.
Aryeh Deri e i partiti ultraortodossi
Condannato per frode fiscale, Deri è tornato al potere grazie a Netanyahu. In cambio del suo sostegno, i partiti haredim hanno ottenuto potere assoluto su scuola, welfare e vita personale. Le donne sono sempre più escluse, i laici marginalizzati, il servizio militare eluso da decine di migliaia di studenti religiosi.
Netanyahu, per rimanere in carica, ha venduto lo Stato a fanatici, razzisti e corrotti, piegando ogni principio di equità e responsabilità.
Una società in rivolta
Ma Israele non tace. Da oltre un anno, centinaia di migliaia di cittadini scendono in piazza ogni settimana, da Tel Aviv a Haifa, da Gerusalemme a Be’er Sheva. Sono laici, religiosi moderati, imprenditori, medici, avvocati, studenti, riservisti. La società civile è in uno stato di mobilitazione permanente.
Il popolo israeliano ha capito ciò che Netanyahu vuole negare: che la democrazia non si svende per salvare un solo uomo dai suoi processi, che uno Stato non appartiene ai suoi leader, ma ai suoi cittadini.
La parola proibita: guerra civile
Per la prima volta nella storia del Paese, la parola “guerra civile” viene pronunciata non da estremisti, ma da generali, intellettuali, ex giudici, e leader civili. Non si parla di un conflitto armato su larga scala – almeno non ancora – ma di una frattura sociale e istituzionale talmente profonda da poter diventare violenta.
La legittimità dello Stato è in discussione. Il popolo si divide. L’esercito non obbedisce. Le istituzioni vengono delegittimate. Il governo insulta chi dissente. Tutti gli ingredienti della catastrofe sono presenti.
Netanyahu: l’uomo che ha tradito Israele
Benjamin Netanyahu passerà alla storia. Ma non come lo statista che ha protetto Israele, né come l’abile diplomatico. Verrà ricordato come l’uomo che ha sacrificato lo Stato ebraico per se stesso, che ha preferito il caos alla giustizia, la teocrazia alla pluralità, il potere alla pace civile.
La sua responsabilità è piena, storica, irrimediabile. Ha demolito la fiducia tra cittadini e Stato, ha armato la polizia contro i manifestanti, ha insultato l’esercito, ha disprezzato la giustizia, ha governato contro il suo stesso popolo.
Israele ha una scelta
Israele può ancora salvarsi. Ma non con questo governo. Non con Netanyahu. Non con Ben Gvir. Non con Smotrich. La rinascita democratica può avvenire solo attraverso una rottura netta, senza compromessi, un nuovo patto civile, laico, repubblicano, che escluda i fanatici e restauri lo Stato di diritto.Israele ha combattuto tante guerre per la sua esistenza. Oggi deve combattere per la sua anima. E il nemico, stavolta, è dentro casa.
