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Sport e politica: tra decreto contestato e accuse pesanti

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Un’Italia in bilico tra potere, giustizia e autonomia

di Carlo Di Stanislao

“La libertà politica consiste nel poter fare tutto ciò che non nuoce ad altri; così, l’esercizio dei diritti naturali di ogni uomo non ha limiti se non quelli che assicurano agli altri membri della società la godibilità di questi stessi diritti.”
Montesquieu

Negli ultimi mesi, il rapporto tra sport e politica in Italia si è fatto sempre più complicato e controverso, sfociando in un groviglio di conflitti istituzionali, accuse gravi e una generale sensazione di debolezza e confusione nel sistema politico. Il recente decreto legislativo, pensato per portare ordine e trasparenza nella gestione degli eventi sportivi di alto profilo finanziati con risorse pubbliche, ha messo in luce tutte le fragilità di un governo che fatica a mantenere coerenza e autorevolezza, e di un’opposizione che appare sempre più fiacca e priva di una strategia efficace.

L’approvazione del cosiddetto Decreto Sport avrebbe dovuto rappresentare un passo importante per il controllo rigoroso dei contributi pubblici destinati a grandi manifestazioni sportive, garantendo così trasparenza, legalità e correttezza nella gestione dei fondi pubblici. In particolare, il decreto mirava a regolamentare tutte le manifestazioni con un finanziamento superiore ai 5 milioni di euro, coinvolgendo realtà come il calcio, il tennis, il volley, e gli sport motoristici.

Tuttavia, ciò che doveva essere un provvedimento di rigore si è trasformato in un vero e proprio pasticcio normativo. L’articolo chiave, il 9-quater, che prevedeva l’intervento obbligatorio della società pubblica Sport e Salute nella gestione e nel controllo degli eventi, è stato completamente stralciato. Questa decisione, presa sotto la forte pressione politica e con l’intervento diretto del Quirinale, ha mostrato un Parlamento e un governo incapaci di portare avanti una linea coerente, sottomessi a logiche di potere che poco hanno a che fare con la trasparenza e l’efficienza.

Di fatto, il decreto è rimasto una legge “ad eventum”, praticamente applicata solo all’Atp Finals di tennis, che si sono già svolte, suscitando però molte polemiche. Non è casuale che proprio questo evento sia diventato il campo di battaglia tra fazioni politiche e interessi istituzionali, con il ministro Abodi che ha dichiarato apertamente di aver perso il controllo della situazione. Questo episodio mette in evidenza un governo frammentato, incapace di esercitare un controllo effettivo sulle nomine e sulla gestione di eventi sportivi cruciali per l’immagine del Paese.

Un altro elemento che complica il quadro è la nomina a capo dell’Automobile Club d’Italia (Aci) di Geronimo La Russa, figlio di Ignazio La Russa, presidente del Senato. La sua presenza è stata oggetto di forti critiche per via dell’accusa di violenza sessuale che lo vede coinvolto, una vicenda che getta un’ombra inquietante sull’intero sistema di nomine politiche legate allo sport. La percezione che si stia privilegiando l’appartenenza politica rispetto a competenze e merito non fa che alimentare un clima di sfiducia crescente nella gestione pubblica.

Parallelamente, la politica nazionale è attraversata da una tensione altissima tra il governo guidato da Giorgia Meloni e la magistratura. In un’intervista al Tg5, la premier ha denunciato un presunto “disegno politico” volto a ostacolare l’azione del suo esecutivo, in particolare sulle tematiche dell’immigrazione, facendo riferimento alla vicenda del caso Almasri. Mentre la posizione di Almasri è stata archiviata, la Procura ha chiesto di procedere contro alcuni ministri, tra cui Carlo Nordio, Matteo Piantedosi e il sottosegretario all’intelligence Alfredo Mantovano, per presunto favoreggiamento e omissione d’atti d’ufficio.

La premier ha definito queste accuse come “surreali” e ha rivendicato che il governo ha agito nel rispetto della legge, ponendosi come unico garante della sicurezza nazionale. Tuttavia, questa posizione ha acuito le tensioni con una parte della magistratura e ha aperto una vera e propria crisi istituzionale, nella quale i confini tra politica e potere giudiziario sembrano sfumare, con rischi evidenti per il principio di separazione dei poteri.

In questo contesto si inserisce una critica durissima alla fiacchezza dell’opposizione. A fronte di accuse gravi e di un governo che, nonostante tutto, mantiene una posizione forte e spesso intransigente, l’opposizione appare frammentata e priva di un progetto unitario. La mancanza di una leadership chiara e di una strategia politica incisiva rende difficile una vera e propria controffensiva, lasciando troppo spazio a Meloni e alla sua maggioranza per dettare l’agenda politica senza contrappesi significativi. Questa debolezza rischia di indebolire ulteriormente il sistema democratico, dove il ruolo dell’opposizione è cruciale per garantire il controllo e il bilanciamento dei poteri.

Inoltre, la recente approvazione della riforma della giustizia al Senato, che prevede la separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri, è un ulteriore elemento di scontro. Il governo la vede come una riforma necessaria per migliorare il sistema, mentre molti magistrati la considerano un tentativo di limitare la loro autonomia, ponendo seri dubbi sulla reale indipendenza del potere giudiziario.

Le opposizioni, pur criticando questa riforma, sembrano incapaci di cogliere appieno il nodo centrale della crisi, limitandosi a battaglie retoriche e a un’opposizione spesso urlata, che rischia di alienare ulteriormente il consenso e di apparire poco credibile agli occhi dei cittadini.

Il risultato complessivo è un’Italia divisa, fragile e incerta, dove la politica si intreccia con interessi di potere e logiche clientelari, mettendo a rischio la credibilità delle istituzioni, la trasparenza nella gestione pubblica e la fiducia dei cittadini. Serve una profonda riflessione e un impegno serio da parte di tutte le forze politiche per ricostruire un sistema basato sulla responsabilità, sulla legalità e sulla partecipazione democratica, evitando che questi conflitti danneggino irreparabilmente il tessuto sociale e istituzionale del Paese.

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