Esteri

Il fantasma del Califfato: l’Africa come epicentro dell’ISIS

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Nonostante l’attenzione globale sia concentrata su altre crisi, lo Stato Islamico (ISIS) ha attuato una trasformazione strategica, passando da un’organizzazione centralizzata a una rete autonoma di insurrezioni locali, con l’Africa come nuovo centro di gravità.

Dopo aver perso il controllo territoriale in Medio Oriente, l’ISIS opera ora come un “franchising globale”, dove la leadership centrale fornisce l’ideologia, ma le “province” africane agiscono con autonomia operativa e finanziaria. Questa decentralizzazione ha reso il gruppo incredibilmente resiliente e difficile da sconfiggere.

Le statistiche lo confermano: il 90% degli attacchi globali dell’ISIS avviene ora in Africa. Il gruppo sfrutta la cronica fragilità del continente, radicato in regioni come il Sahel, la “cintura dei colpi di stato” e il Mozambico. Qui, le affiliate locali come ISWAP e ISGS sfruttano la corruzione statale, le tensioni interetniche e l’emarginazione economica, fornendo “servizi” alternativi alle popolazioni.

A livello finanziario, gli affiliati africani sono autosufficienti e non dipendono dal nucleo centrale. Le loro entrate provengono da estorsioni, rapimenti, contrabbando e saccheggi, il che garantisce loro una notevole resilienza.

Di fronte a questa minaccia in crescita, la risposta internazionale si sta affievolendo. L’approccio attuale, troppo militarizzato, non affronta le cause profonde del terrorismo, come la cattiva governance e l’ingiustizia sociale. Trattare un problema strutturale come una questione puramente militare rischia di essere inefficace e di alimentare il reclutamento.

Lo Stato Islamico in Africa non è un occupante straniero, ma un “parassita” che si insinua nelle narrazioni locali per ottenere legittimità. La lotta non è più per il controllo delle città, ma per la legittimità e la sopravvivenza in un contesto di Stati falliti.

Serve una nuova strategia globale, a lungo termine, che si concentri sulla buona governance, sull’equità e sullo sviluppo economico, rafforzando le istituzioni locali piuttosto che sostituirle con soluzioni militari.

Leggi articolo completo di Daniel Basabe su Othernews

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