
Il dibattito sul valore legale del titolo di studio si accende con la crescente offerta delle università online.
Spesso, queste ultime si presentano con immagini stereotipate di laureati felici, ma la realtà dello studente è la solitudine davanti a un computer.
L’approccio di queste istituzioni è spesso assimilabile a quello di un prodotto di consumo, una “merendina” accattivante per un pubblico che aspira a un rapido inserimento nel mondo del lavoro.
Il vero motore di questo mercato, che genera i cosiddetti “laurifici”, è proprio il valore legale della laurea, che ne garantisce il riconoscimento a prescindere dalla qualità dell’istruzione.
Tale sistema, che permette la partecipazione a concorsi pubblici e facilita l’accesso a determinate carriere, spinge le università a competere sul costo piuttosto che sulla qualità dei corsi.
Un esempio virtuoso è la Gran Bretagna, dove l’assenza del valore legale dei titoli ha favorito l’emergere di atenei considerati tra i migliori d’Europa, con una sana concorrenza basata sull’eccellenza.
La scelta prematura del percorso scolastico (liceo vs. istituto tecnico) a soli 14 si rivela un’altra importante questione sociale:
Emerge un contrasto tra l’esperienza universitaria tradizionale, come luogo di apprendimento e di vita, e quella a distanza, che rischia di impoverire la formazione umana e sociale dello studente.
Vincenzo Donvito Maxia, presidente dell’Aduc, ha invitato a riflettere su questo sistema di studi e formazione che sta privilegiando la “carta” del titolo di studio a discapito della reale preparazione e dell’esperienza formativa completa.
