
In questi giorni si fa un gran parlare della manovra economica del governo e di legge finanziaria. Strana parola la “manovra” che va ricondotta in origine ad un’opera della mano, che richiama qualcosa più di materiale che del pensiero. Forse sarà perché si immagina sempre un Ministro dell’Economia con la forbice in mano a tagliare i conti della spesa lì dove è possibile o ad incollare cifre aggiuntive a voci giudicate troppo esigue. Si tratta del fare di un artigiano, qualcosa di simile ad un rilegatore più che da esperto di finanza. Ad un novizio di pc basterebbe imparare semplicemente le funzioni ”copia e incolla” e “cancella” per arrivare a disporre il testo come si conviene.
La questione, al solito, è quello di tassare chi e come. Tassare si traduce in ordinare o disporre qualcosa ed ancor meglio toccare ripetutamente le tasche di questo o di quello. Può essere un tocco fatale di ristoro o di annientamento, “a chi tocca non si ingrugna” si dice a Roma. “ Accorse subito ai forni, a chieder pane al prezzo tassato” scriveva Manzoni ma stavolta si polemizza se bastonare o no i ricchi che di pane ne possono avere in abbondanza.
Si discute poi inevitabilmente di aliquote, tecnicamente la percentuale di una somma per stabilire una imposta da applicare non proprio solo “aliquoties”, qualche volta, ma certamente almeno per un anno. Si tratta di stabilire chi debba con-tribuire maggiormente a rimpinguare le casse dello Stato, chi debba non proprio spontaneamente dare, insieme ad altri, un obolo per reggere in piedi lo Stivale per fargli fare altri passi in avanti. Ci sono sempre recriminazioni e il sospetto di alcuni che il sacrificio spetti solo ad una categoria di persone, ragioni per cui il “con” diventa una sostanziale presa in giro.
Ci si accapiglia sul concetto di ricchezza, chi sia più o meno un re e che disponga di un potere almeno di spesa superiore ad altri. Per fortuna non si parla più di pecunia non essendo più il pecus, il bestiame, una unità di misura per accertarsi chi se la passi meglio o peggio, chi conti più animali nella propria stalla.
Alla fine è sempre una questione di patrimonio, anticamente il dovere di un padre a provvedere ai propri figli, che ciascuno cerca di nascondere piuttosto che assumersene la responsabilità. La diatriba è come sempre anche sulla definizione degli scaglioni. A suo tempo il giornalista Gaspare Gozzi scriveva “una vecchia donnicciuola, … scendendo lo scaglione d’un’officina a sé il chiamava con la voce e con la mano…”. C’è uno Stato che chiama a sé un popolo di evasori e scappano per ogni dove senza coscienza e senza assoluzioni.
Nessuno fa a due a due gli scaglioni per essere sollecito a servire lo Stato e nessuno sogna di montar su, per dirla alla Dante, per gli scaglioni santi, semmai il desiderio è quello di calpestarne i gradini più bassi e non oltre. Non a caso il tasso è un animale notturno, attento a non farsi scorgere, che vive e costruisce le sue fortune sotto terra. Sarà anche per questo che il tasso, l’albero della morte, ha come caratteristica tossica quella di essere imbevuto di tassina ed è bene sapersene guardare. Le tasse fanno male a chi non vi provvede. Un sistema sanitario efficiente un giorno potrebbe essere utile anche a loro.
