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A Sarajevo, la caccia grossa di cecchini italiani

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La storia serve non solo a impegnare gli studenti ma anche a far memoria. Talvolta va aggiornata con nuovi elementi che ne rendono più crudi i fatti. Dopo 30 anni dalla guerra in Bosnia vengono fuori nefandezze che rendono triste persino il pennino che le trascrive con lacrime più scure dell’inchiostro. E’ tutta colpa di un giornalista, Ezio Gavazzeni, che ci ha voluto vedere più chiaro dopo la visione di un documentario “ Sarajevo Safari” di Miran Zupanic.

E’ venuto fuori che anche dall’Italia partirono cecchini amatoriali che accompagnati da guide professioniste sparavano alla popolazione inerme, donne, le più attraenti, e bambini le prede più ghiotte. E’ impressionante testimonianza quella del pompiere americano Jordan davanti al tribunale dell’Aja per i crimini nella ex Jugoslavia dove conferma, al tempo, la presenza di turisti tiratori.

Non è la romantica se pur sofferta storia di un “turista per caso”, e neppure quella di intrepidi esploratori armati dal desiderio di conoscere terre sconosciute. Muniti di un bel fucile di precisione, qualcuno dei nostri Italiani è andato in giro a far secchi ignari innocenti. Sarà forse perché ammazzare il prossimo a distanza di centinaia di metri attutisce il senso di colpa ma non inibisce l’ebbrezza per aver fatto centro. Per esaltare la vita non si è trovato di meglio che mettere la morte in un mirino di un fucile, credendola di annientarla perché sei tu a condurre i giochi, a decidere il come e il quando. E’ l’abbaglio di un potere che non svela l’opposto. Ogni volta che fai centro la morte prende invece maggior vigore e chiede di ubriacarsi ancora di altra carne e sangue.

In arabo “Safara” indica il viaggio e deve essere stata quella una occasione irrinunciabili per puntare ad un bersaglio, meglio ancora se inconsapevole che gli resta meno di un respiro nei polmoni. Dopo un istante dallo sparo si vede la sagoma umana della vittima cadere a terra. E’ questa immediatezza e il fatto che l’assassinio sia imprevedibile e inatteso ad eccitare chi ha premuto il grilletto.

Ancor più gusto se vicino al ferito o al cadavere si avvicina un soccorritore così puoi fare la festa anche lui. Starà al buon samaritano decidere se rischiare di dare un aiuto, magari lasciandoci la pelle, o se desistere portandosi addosso un peccato di omissione che lo angustierà per tutta la vita. E’ il dilemma di quella coscienza che dà emozione al nostro provetto sparatore teso a risolvere il rovello, uccidendo pietosamente, nel caso, anche l’eroe di un nuovo Vangelo.

Quello di colpire a distanza deve essere una suggestione non da poco, nel giro di pochi anni due film “American Sniper” e “The sniper” raccontano di specialisti della morte, così che il proiettile in corsa abbia il tempo di chiedere perdono per il danno che procurerà. E’ una forma di uccisione più pavida ed anche più cinica. Sei appostato in attesa che una magnifica preda si sporga quel tanto da metterla nell’obiettivo e farla fuori. La lontananza ha per difetto di rendere meno coinvolgente il colpo vincente e di conseguenza hai bisogno di più cadaveri per darti l’appagamento.

Cecchino, come già detto, sarebbe il nome dato dai nostri soldati a Cecco Beppe, l’Imperatore Francesco Giuseppe d’Austria, durante la Prima Guerra mondiale. Le sue milizie si appostavano e facevano fuori le nostre truppe con tiri di precisione. Altri dicono che per ben mirare occorreva chiudere un occhio e quindi si era “ciechini”. La fortuna è cieca ma la giustizia quando vuole sa vederci assai bene e saprà mettere nel mirino chi dei nostri ha avuto il fegato di uccidere pagando chissà che tariffa. Forse un bambino è costato più di un adulto e così via. Forse anche l’ipotesi di sconti, due al costo di uno e così via. Malgrado un dovere di verità, si tratta di un prezziario che non vogliamo conoscere.

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