
di Beatrice Laurenzi
La prima edizione de Le Cosmicomiche apparve nel novembre del 1965 presso l’editore Einaudi di Torino.
Il libro si articola come una raccolta di dodici racconti in cui l’autore prende le mosse da nozioni scientifiche, principalmente di astronomia, per costruire storie di fantasia narrate in prima persona dal protagonista, il vecchio Qfwfq. Egli esiste da prima che l’universo si formasse, quando tutta la materia era concentrata in un solo punto (Tutto in un punto), ed ha attraversato l’espandersi e il distanziarsi delle galassie (Gli anni-luce) e la formazione di un’atmosfera sulla terra (Senza colori). Memorabili imprese ha compiuto: ha tracciato un segno nello spazio, attendendo poi migliaia di millenni il momento favorevole per ritrovarlo quando il moto della sua galassia lo avesse doppiato, dando così luogo al primo fatto che potrebbe dirsi storico (Un segno nello spazio); è stato dinosauro viaggiante in incognito quando la sua specie era già estinta (I dinosauri); ha giocato alle biglie con nascenti atomi di idrogeno (Giochi senza fine); un suo avo è stato il Nestore dei pesci d’acqua dolce, feroce tradizionalista affezionato alla sua pozzanghera in tempi progressisti, quando gli altri pesci, trasformatesi le pinne in zampe, stavano mutandosi in rettili (Lo zio acquatico). Più patetica la sorte quando ricorda la sua vita di mollusco, di gasteropode intento a secernere la sostanza che si concreterà poi in una splendida, variegata conchiglia (La spirale). È quest’ultimo il più bello dei dodici racconti, quello in cui il gioco intellettuale si avvicina di più alle illuminazioni della poesia.
Eugenio Montale lo apostrofa come «fantascientifico alla rovescia, proiettato cioè verso il più oscuro passato e non verso le conquiste della scienza futura, Calvino immagina che in tempi in cui non era né luce né aria né suono o parola, e nemmeno alcuna forma di vita biologica, esistessero esseri come noi, viventi e parlanti e diversi da noi solo perché privi affatto di nome e di stato civile»
Il titolo, Cosmicomiche, è nato combinando in una sola parola i due aggettivi “cosmico” e “comico”. Nell’elemento “cosmico” entra sia il richiamo allo spazio e all’astronomia, sia il tentativo di entrare in rapporto con qualcosa di molto più antico di quanto si possa immaginare. Per affrontare cose troppo grandi però abbiamo bisogno d’uno schermo, d’un filtro, e questa è la funzione del “comico”. Questo non va inteso secondo l’antica classificazione degli stili, l’autore specifica che pensava «più semplicemente alle “comiche” del cinema muto, e soprattutto ai comics o storielle a vignette in cui un pupazzetto emblematico si trova di volta in volta in situazioni sempre diverse che pure seguono uno schema comune». E scrive ancora: «Penso che questi racconti continuino il discorso dei miei romanzi fantastici, ma non solo di quelli. Anche stavolta mi sono accorto che mi vengono bene specialmente le storie dove c’è il non-essere contrapposto a quel che c’è, il vuoto o il rarefatto contrapposto al pieno o al denso, il rovescio contrapposto al dritto. Non per niente l’esperienza dei romanzi fantastici è culminata nel Cavaliere inesistente, uno dei miei libri cui tengo di più.»
Insomma la scrittura di Italo Calvino dimostra come «più si cambia e più si fa la stessa cosa».
