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RecensioneIl romanzo di Marceau Miller


Il romanzo di Marceau Miller 
Marceau Miller 
Traduzione di Emanuelle Caillat
Giallo
Einaudi Torino
Pag. 307 euro 19
2025 

Lato francese del lago di Ginevra (loro lo chiamano Lemano). Domenica 16 maggio 2021. Un colpo violento alla testa sbilancia il famoso scrittore 40enne Marceau Miller, mentre sta scalando una parete rocciosa da esperto in solitaria, a mani nude e senza corde: cade nel vuoto da duecento metri. Riconosce la sagoma familiare che lo ha fatto cadere, pensa a tante cose, soprattutto alla coetanea moglie Sarah e ai figli Hermione (12) e Benjamin (10), al manoscritto che in qualche modo ha lasciato loro per scoprire la verità sull’ultimo ventennio, finché trova il buio e la morte. Il giorno precedente sembravano tutti e quattro tranquilli attorno allo splendido chalet con un giardino allungato su quasi ottanta metri e circondato da siepe e bosco selvaggio; lei stava leggendo con piacere e stima l’ultimo romanzo noir del marito, il ventesimo, appena pubblicato; gli altri tre erano sorridenti in motoscafo (le attrezzature da sub già risistemate), prima di ormeggiare sul pontile. In serata si era poi svolta la rituale serata di festa per il nuovo atteso grandissimo successo, con l’editore Édouard Payet, il suo cagnolino Freud e i compagni di tutto e di sempre, Karen (socia di Sarah in un’agenzia nautica di noleggio imbarcazioni) e il marito Rollin Uldry (gestore di un food truck), insieme alla loro figlia Zoe, e Alexis Thorens, leader dei tre amici, imprenditore d’affari in una multinazionale. Le successive settantadue ore sarebbero state destinare al lancio promozionale, il passaggio tv in un’importante trasmissione letteraria e la registrazione di uno spot radiofonico. Andati via gli ospiti, Marceau s’attarda nello studio, la moglie ingoia un Dafalgan e va a dormire. Al risveglio lui non c’è, più tardi scopre che la borsa da arrampicata è vuota, lei lo cerca in ristoranti e palestre, il giorno dopo va alla gendarmeria. Il capitano Delmas non la prende molto sul serio; al ritorno trova il caro 70enne Yves Reynaud, tenente in pensione; venti anni prima aveva seguito lui il caso della scomparsa di Jade, sorella di Marceau.

Marceau Miller sono nome e cognome dello scrittore morto e dello scrittore del bel romanzo, evidentemente lo pseudonimo di un ottimo autore (vivo e vegeto), che pare sia nato in Francia nel 1978 e conosca bene quei luoghi dell’Alta Savoia al confine con la Svizzera. Peraltro, Sarah e Yves trovano ben presto prima lo zaino poi il corpo sfracellato di Marceau (con una botta in fronte), verso il Dent du Vélan, il più alto picco del paesaggio oltre il lago di Neuteu, un mostro di verticalità fatto di roccia e sfide, e la ricerca si concentra sul manoscritto cui si accenna in una lettera che arriva due settimane dopo, trasmessa alla moglie e ai due amici dalla filiale della banca, annunciando che esiste pure una cassetta di sicurezza da aprire. Molto sembra ruotare attorno a quel martedì 14 agosto 2001 in cui la sorella minore scomparve, forse uccisa. Lo stesso inabissamento dell’aereo del loro padre potrebbe essere stato non solo un incidente; in pochi giorni la vicenda s’ingarbuglia. Sarah si sente seguita, minacciata, perseguitata; fin dal principio è convinta che Marceau non sia caduto per errore e sia stato ucciso; rischia di impazzire, scopre segreti e porcherie, ogni volta risulta capace di reagire; amava il marito, ama i figli. La narrazione è distinta in sei parti e cinquantadue capitoli, quasi tutti in prima persona al presente della moglie “ferita”, furiosa e indomabile, guida di montagna, nuotatrice provetta, bisognosa di calmanti (poi Zolpidem e Xanax); rari gli incisi in prima di Karen (quattro) e gli stralci in prima del manoscritto di Marceau, che aveva in qualche modo previsto la propria morte (da cui il titolo); un impasto meditato e avvincente, al limite sapiente tra fiction e Verità. Sarah vede il regalo dell’editore in occasione del primo successo letterario, sono trascorsi dieci anni; dietro le ante a vetri della libreria principale c’è ancora la bottiglia intatta di Dalmore 1980, whisky di 51,2 gradi dichiarati, vale diecimila euro pare; picchia la vetrinetta e inizia a bere, più tardi la scaraventa lontano rompendola; comprensibilmente ce l’ha con l’intero pianeta. Né mancano ovviamente vini, rum, cognac.

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