
Mentre il Ciclone Harry continua a flagellare il Sud Italia lasciando dietro di sé una scia di fango e sfollati, una nuova tempesta si abbatte sul piano politico e d’immagine del nostro Paese. La pubblicazione odierna del Climate Change Performance Index 2026 certifica infatti una realtà amara per la penisola che sprofonda ufficialmente al quarantaseiesimo posto della classifica mondiale. Questo scivolone non rappresenta solo un numero in una graduatoria internazionale ma segna il punto più basso di un declino iniziato anni fa portando l’Italia ben lontana dai vertici delle economie più verdi d’Europa.
Il giudizio impietoso degli analisti internazionali affonda le radici in una serie di scelte strategiche che hanno frenato la transizione ecologica nazionale.
Pesa enormemente sulla valutazione la decisione di posticipare ufficialmente l’addio al carbone al duemilaventotto una scelta che ha penalizzato il punteggio italiano sulle emissioni dirette. Parallelamente il settore delle energie rinnovabili appare ancora oggi intrappolato in una giungla burocratica che impedisce l’installazione di nuovi impianti alla velocità richiesta dai target dell’Unione Europea rendendo il sole e il vento risorse ancora troppo poco sfruttate rispetto al loro reale potenziale.
A completare il quadro negativo interviene lo stallo nel settore dell’efficienza edilizia dove il venir meno di incentivi strutturali ha bloccato la riqualificazione energetica del parco immobiliare italiano. Le associazioni ambientaliste denunciano un paradosso evidente tra un territorio sempre più colpito da eventi estremi e una politica climatica che sembra muoversi col freno a mano tirato. Dal canto suo il Governo rivendica la necessità di un approccio pragmatico e socialmente sostenibile per evitare strappi economici dolorosi ma il rischio concreto è quello di un isolamento tecnologico e industriale rispetto ai partner europei che stanno già correndo verso la neutralità carbonica.
