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Antonio Comito: quando gli applausi non bastano

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Il valore di una tradizione smarrita.

Qualche secolo fa le famiglie patrizie erano quelle che diedero origine alla città di Roma, erano gli aristocratici che garantivano il governo dei migliori. A distanza di un paio di millenni si avverte la mancanza di una famiglia che sia un esempio da seguire, che ispiri ad una buona condotta, che susciti una ammirazione senza riserve. Eppure c’è una eccezione che dobbiamo saper cogliere e che potrebbe costituire un modello di riferimento a cui guardare come necessaria scialuppa di salvataggio per non affondare nella pochezza quotidiana. E’ la formidabile e commovente esistenza di un medico talentuoso che ha scoperto, una ventina di giorni prima di morire, di avere un cancro al pancreas. La sua vita per il prossimo suonerebbe ai tempi d’oggi come una storia di ordinaria follia.

La carità come prima medicina

Ha pensato bene di assistere i suoi pazienti fino a poche ore prima di mollare la presa con questa terra. Il dovere prima di tutto. C’è sempre un malizioso che commenterà come sia stata la smania di guadagno a indurlo ad esercitare la professione allo stremo delle forze o che interpreterà il fatto con l’attaccamento alla vita e non altro.

I fatti raccontano tutt’altro. Antonio Comito, questo il suo nome, detto anche “tonton”, era per tutti lo “zio” caro, la persona a cui affidarsi nel momento di bisogno sapendo che quel parente meno di un parente e più di un parente non sarebbe mai venuto al suo impegno di aiuto. E’ stato il “tom tom”, il navigatore, per una infinità di bambini e familiari che chiedevano a lui la via da seguire per liberarsi da malattie e angosce.

Di mestiere faceva il pediatra. Forse la scelta di questa specializzazione perché curare i piccoli lo aiutava a conservare intatta l’innocenza di cui era intriso che gli era propria. Per lui era ai piccoli che occorre dedicare un sorriso ed una premura in modo che se ne ricordino e possano replicare quanto ricevuto poi da adulti.

Si tratta di una figura eccezionale che ha lasciato il segno sia all’ospedale San Filippo Neri che al Santo Spirito dove ancora, a distanza di tanto tempo, ne celebrano la bravura, la competenza e la grande umanità. Il reparto e lo studio medico di Antonio erano trasformati, di fatto, in un nuovo oratorio dove provvedeva ai malati ma ne curava anche lo spirito con la sua mitezza e gioiosità.

La forza dell’amore non richiede la fama dei social

Del resto ci sono timbri che uno si porta appresso dalla nascita o che si difendono per tutto il corso dei propri giorni. Ci si potrebbe azzardare a che chi nasce a Marina Gioiosa Jonica, la sua terra natale, potrebbe più facilmente essere predestinato al sorriso che invece al turbamento.

Antonio, alla sua delicatezza d’animo, ha accompagnato anche la sobrietà dello stile. “Da mihi animas, cetera tolle” potrebbe essere stato intimamente il suo motto, “prendo cura dei miei pazienti e tutto il resto mi è inutile” se non l’amore per la mia famiglia, è il pensiero che lo ha costantemente condotto.

Del resto, con i suoi sette fratelli ha sempre fatto squadra contaminandosi reciprocamente in solidarietà e affettività. Ed anche la moglie, una presenza sempre al suo fianco, si è perfettamente intonata ad Antonio costituendo l’Associazione CO.FA.AS CLELIA che ha ad oggetto persone con gravissime disabilità e il sostegno ai loro familiari. Si tratta di un “caregiver” che potrebbe tradursi in “cuorgiver”, una donazione del cuore e dei sentimenti che l’ha portata anche ad essere premiata, per dirne una, dal Capo dello Stato.

Ad Antonio le cose non sono andate sempre bene. Aver perso, all’età di 13 anni, una figlia nata con una tetratelgia spastica, è un dolore che ha lasciato in lui un deposito di amore che altri edificherebbero in rabbia contro tutto e tutti. E’ stato lenito dallo smisurato amore verso l’altro figlio, e il nipotino nonché dalla comunità di amici e di pazienti che hanno trovato in lui un motivo di sollievo e di conforto.

Antonio era solito lavorare anche nei giorni festivi e, piccolo particolare di cronaca non solo familiare, non prendeva un centesimo dalle persone che non avevano i mezzi economici per provvedere all’onorario. Un esercito di persone lo hanno ricompensato con enorme gratitudine restituendogli per intero l’amore che lui gli dedicava.

Una lezione da imparare

Per essere “patrizi” non occorrono titoli nobiliari e tantomeno fanfare che sbandierino virtù. Semplicemente si è e si è tanto scomodi da costringere chi rimane a non poter girare le spalle come se nulla fosse. Si è costretti anche controvoglia, ad imitarlo.

Antonio potrebbe essere il dittatore del bene dettandoci come fare per stare al mondo.

In Paradiso al suo arrivo certamente è partito un applauso, qui per terra dovremmo impegnarci per qualcosa di più. Speriamo che almeno Roma se lo ricordi e sappia onorarlo per come merita.

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