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Recensione I morti degli altri

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I morti degli altri 
Marco Aime e Federico Faloppa
Antropologia e Filologia
Einaudi Torino
2025
Pag. 164 euro 13

Ultimi millenni. La Terra abitata. I morti, come i vivi, non sono tutti eguali. Alcuni sono più importanti (anche fra chi non conosciamo personalmente), o ci sembrano tali, sono più “nostri”, hanno più voce di altri. Ed è proprio a quelli senza voce (umani negletti, umani dimenticati, troppi numeri spesso senza volto) che si può dedicare maggiore attenzione, per una volta, in modo di tentare di capire perché non proviamo la stessa empatia, perché in qualche modo “non ci appartengono” davvero tutti. Al di là della nazionalità, è “il prossimo” che appare scomparso dall’orizzonte dei nostri interessi più intimi. Viviamo un progressivo “allontanamento” che come individui contemporanei stiamo manifestando gli uni nei confronti degli altri, chi più chi meno. Soprattutto noi italiani e italiane ricordiamo e probabilmente citiamo in qualche occasione la celebre poesia di Totò ‘A livella, un filone popolare in cui si tenta di capovolgere il mondo, di ristabilire un’eguaglianza che nella quotidiana esistenza viene troppo frequentemente violata. Allegoria a parte, nella realtà non è vero che siamo eguali davanti alla morte. Prendiamo il modo in cui abbiamo letto la pandemia di Covid 19, le risposte alla sua diffusione e le conseguenze nel tempo non si sono affatto rivelate egualitarie: la pandemia ha colpito più duramente le persone povere (in particolare quelle appartenenti a minoranze etniche, o quelle con disabilità, o quelle in aree più depresse); in alcuni paesi (lontani, è vero, per lo più) la fame o le guerre o le catastrofi “naturali” hanno comunque continuato a uccidere più del virus. L’origine e la nazionalità di un individuo finiscono per prevalere sulla compassione. Le distanze geografiche e percettive indeboliscono progressivamente il nostro senso di comune appartenenza a una sola e unica umanità. Esserne consapevoli è un dovere civile. 

I grandi studiosi italiani (entrambi di origine e legami piemontesi), l’antropologo Marco Aime (Torino, 1956), docente all’università di Genova, e il filologo Federico Faloppa (Cuneo, 1972), docente all’università di Reading nel Regno Unito, svolgono un’acuta indispensabile analisi su alcuni eventi recenti di decessi collettivi, che hanno avuto impatto e spazio molto differenti sugli organi di informazione di massa e, forse, sulla nostra stessa memoria collettiva, approfondendo cause ed effetti del fenomeno sociale (da cui il titolo). I diciannove brevi capitoli prendono spesso spunto dal ricordo di più momenti luttuosi: per esempio, nel gennaio 2015 l’attentato a Charlie Hebdo a Parigi (diciassette vittime) in Francia e il massacro jihadista a Baga in Nigeria (centinaia di vittime); oppure gli assalti di estremisti religiosi razzisti del 2016-2019 a Chisimaio (Somalia), a Christchurch (Nuova Zelanda), a Ouagadougou (Burkina Faso) e a Macerata, sempre se con la preliminare notizia riguardante se vi fossero vittime italiane. Gli autori riescono a evidenziare come si tenda a versare meno lacrime se le persone uccise fanno parte di una comunità o di uno stato di “nemici”, fatto storico più o meno contingente; come la denominazione “genocidio” sia calibrata sulla considerazione, implicita o esplicita, che alcune stragi valgono meno di altre; come la progressiva smaterializzazione “social” delle nostre esistenze implica per molti un aumento esponenziale di solitudine. Ragionano sull’abbinamento delle foto rispetto a titoli e testi relativi alle morti; sugli usi impropri e pericolosi di termini come “balcanizzazione”; sui bambini e sugli altri nel tragico corso dei naufragi mediterranei indotti anche di pessime politiche migratorie (o ferocemente anti immigratorie); sulla decolonizzazione rispetto ai diffusi “disastri naturali” mortiferi, ai rischi diversamente percepiti per patrimonio culturale, arte e paesaggio; insomma sulla linea del “noi” e lo specchio deformato dell’Altro (un essere umano, non una malattia). I corpi alterizzati da vivi rimangono “altri” anche da morti, continuiamo a basarci sulle gerarchie che stabiliamo da vivi, tra i vivi, sui vivi. Chiudono con Nelson Mandela: “il tuo giocare in piccolo non serve al mondo”, un invito, una porta spalancata sul futuro. Note bibliografiche a piè di pagina, nessun indice finale.

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