Esteri

Starmer: “Non è la nostra guerra“ … né militare né valutaria.


Le odierne dichiarazioni del Premier britannico Keir Starmer riguardo al conflitto in Iran hanno scosso gli equilibri della “Special Relationship” tra Londra e Washington, suscitando reazioni contrastanti sia a livello internazionale che interno.

La linea di Starmer, riassunta nella frase “non è la nostra guerra”, segna un netto distacco dalla strategia d’attacco frontale adottata dal Presidente Trump e da Israele.

Il Presidente statunitense non ha nascosto la sua irritazione, definendo Starmer “molto deludente” e criticando apertamente la riluttanza britannica, arrivando a dichiarare che “questo non è Winston Churchill“, un paragone storico particolarmente pesante nel contesto della diplomazia anglo-americana. Il tycoon ha inoltre suggerito che l’assenza del Regno Unito nelle operazioni iniziali potrebbe influenzare i futuri accordi commerciali e la cooperazione militare. Tradotto: rivediamo gli accordi NATO 

In patria, Starmer si trova a dover gestire una nazione divisa: i sondaggi indicano che la maggioranza dell’elettorato (circa il 59%) è contraria a un coinvolgimento diretto nella guerra in Iran, temendo un “nuovo Iraq”. Per contro i Conservatori e Reform UK hanno accusato il Premier di debolezza, sostenendo che l’isolamento dagli Stati Uniti mina la sicurezza nazionale. ll Premier ha ribadito di agire esclusivamente nell’interesse nazionale, sottolineando che il Regno Unito interverrà solo per scopi difensivi (protezione di alleati e basi in transito) e non per favorire un “cambio di regime calato dal cielo”

Molti leader UE, tra cui la Premier italiana Giorgia Meloni (che ha espresso una posizione simile di non intervento bellico diretto), guardano con favore alla prudenza britannica, vedendola come un argine a un’escalation incontrollata nel Golfo. Teheran ha interpretato la divisione tra USA e Regno Unito come un segno di debolezza della coalizione occidentale, pur continuando a considerare le basi britanniche (come quella di Akrotiri a Cipro) potenziali bersagli a causa del supporto logistico concesso agli americani.

I mercati hanno reagito con nervosismo. L’incertezza sulla durata del conflitto e la posizione “attendista” di Londra hanno contribuito a mantenere il prezzo del petrolio sopra i 100 dollari al barile, con la Banca d’Inghilterra che monitora attentamente l’inflazione derivante dai costi energetici.

Ma cosa potrebbe esserci “dietro” questa dichiarazione di Starmer ? Il legame tra Keir Starmer e la City di Londra è uno degli assi portanti della sua strategia di governo, definita spesso dai suoi consiglieri come “Securonomics”. A differenza di altri governi laburisti, Starmer ha costruito un rapporto di simbiosi pragmatica con il distretto finanziario, che oggi agisce come un vero e proprio “consulente ombra” di Downing Street.

Secondo alcuni analisti le “Dinastie finanziarie” della City of London, con in testa i Rothschild, sebbene favorevoli ad una Strategia Sionista stanno prendendo le distanze dal Governo di Netanhiau in quanto considerato Sionista Millenarista e da Trump, che ha causato la chiusura dello stretto di Ormuz e la conseguente crisi del sistema Swift, sul quale poggia gran parte del potere delle “Dinastie finanziarie”. 

Sebbene le grandi dinastie, come i Rothschild, non rilascino quasi mai dichiarazioni politiche dirette, le loro mosse (e quelle delle istituzioni della City) riflettono una profonda spaccatura tra il “Capitalismo globale / Sionismo strategico” e il “Nazionalismo identitario “di figure come Netanyahu ( Sionismo Millenarista) e il suo alleato Donald Trump.

Ecco i punti chiave per inquadrare questa divergenza che potrebbe sfociare in conflitto aperto:

1)Le élite finanziarie europee hanno storicamente sostenuto il Sionismo Strategico: una strategia che vedeva Israele come hub tecnologico e gendarme democratico stabile in Medio Oriente, funzionale ai mercati globali.

2) Il governo di Netanyahu, spinto da frange definite “Sioniste Millenariste”, sta portando avanti un’agenda di escalation che molti analisti considerano “irrazionale” per i mercati. L’instabilità prolungata e il rischio di un conflitto regionale totale minacciano gli investimenti a lungo termine, portando la City a guardare con estremo favore a figure più moderate o a una de-escalation guidata da Londra.

Il “Suicidio” del Sistema SWIFT

Il sistema SWIFT è il pilastro su cui poggia l’egemonia del dollaro e del potere bancario occidentale. L’uso aggressivo delle sanzioni da parte di Trump e la potenziale esclusione totale dell’Iran (o di chiunque commerci con esso) sta spingendo giganti come Cina, Russia e persino l’India a creare circuiti di pagamento alternativi (CIPS, SPFS).

Se lo SWIFT perde la sua universalità, le grandi dinastie finanziarie perdono il loro strumento di controllo e sorveglianza globale. Per la City, Trump sta “distruggendo il giocattolo” per ottenere vittorie politiche immediate, a costo di un collasso del sistema finanziario globale nel lungo periodo.

Lo Stretto di Ormuz e l’Inflazione

La chiusura dello Stretto di Ormuz non è solo un problema di petrolio, ma di stabilità sistemica. Con il greggio che ha superato i 100 dollari al barile e il blocco delle rotte commerciali, l’inflazione sta costringendo le banche centrali (inclusa la Bank of England) a mantenere tassi alti, soffocando la crescita economica. Le “dinastie finanziarie” preferiscono una gestione dei conflitti che non interrompa i flussi fisici di merci e capitali. La strategia di Trump di “pressione massima” è vista come un elefante in una cristalleria.

Il “no” di Starmer all’intervento in Iran non è solo una scelta di politica estera, ma un segnale ai mercati: il Regno Unito cerca di preservare la propria stabilità interna e il suo ruolo di mediatore finanziario, evitando di farsi trascinare in una guerra che porterebbe a un default sociale o economico.

In sintesi: Le “dinastie finanziarie” non hanno smesso di essere sioniste, ma temono che il fanatismo ideologico di Netanyahu e l’isolazionismo bellicoso di Trump stiano portando alla fine della globalizzazione finanziaria così come l’hanno costruita e gestita per secoli.

In questa scena quale ruolo stanno svolgendo le monete digitali ?

Assistiamo alla crescita della CBDC Yuan che sta diventando Petroyuan nelle transazioni delle materie prime ma non solo e assistiamo anche alla crescita di stablecoin quali USDT garantite da dollari. Ambedue stanno erodendo il primato del Dollaro Fiat e del petrodollaro inteso quale moneta di riserva planetaria. Ne deriva che le monete digitali non sono più semplici esperimenti, ma sono diventate le “scialuppe di salvataggio” del commercio globale, accelerando quella che molti definiscono la “Balcanizzazione Finanziaria”.

Mentre il sistema SWIFT subisce rallentamenti e rischi di censura, i volumi di scambio in Petroyuan (e-CNY) e USDT hanno registrato picchi senza precedenti in questo mese di marzo 2026.

La scalata del Petroyuan (e-CNY)

La chiusura dello Stretto di Hormuz ha agito da catalizzatore per la Cina. Pechino ha sfruttato il blocco per imporre il proprio Yuan Digitale (e-CNY) come valuta di regolamento per le materie prime, aggirando il “collo di bottiglia” del dollaro. Nei primi due mesi del 2026, il commercio estero cinese è cresciuto del 18,3%, ma è a marzo, con l’inizio delle ostilità in Iran, che le transazioni in Yuan per il greggio hanno subito un’impennata. Si stima che oltre il 30% delle forniture energetiche cinesi verso i paesi BRICS+ venga ora regolato direttamente in e-CNY.

Il Petroyuan non è solo una moneta, ma un’infrastruttura di pagamento che non passa per le banche americane. Per le “dinastie finanziarie” della City, questo rappresenta la perdita del monopolio sul monitoraggio dei flussi energetici mondiali.

L’esplosione di USDT (Tether) come “Dollaro Ombra”

Paradossalmente, mentre il Dollaro Fiat (quello bancario) soffre, il “Dollaro Digitale” privato (USDT) è ai massimi storici. A fine marzo 2026, la capitalizzazione di mercato di USDT ha raggiunto la cifra record di circa 185 miliardi di dollari, con una dominanza sul settore delle stablecoin vicina al 58%. Durante la chiusura di Hormuz, i grandi portafogli e le aziende che non potevano più operare liberamente tramite SWIFT a causa delle sanzioni incrociate si sono rifugiati in USDT. È diventato il mezzo principale per mantenere la liquidità “dollaro-equivalente” fuori dal raggio d’azione del Tesoro USA.

Il 28 marzo 2026, Tether ha annunciato un audit completo con KPMG per rassicurare i mercati sulla solidità delle riserve, un mossa necessaria per evitare che la crisi iraniana inneschi un de-pegging (perdita della parità con il dollaro).

L’effetto combinato di queste due forze sta creando una “tenaglia” sul petrodollaro:

1.  Dal basso (USDT): Toglie alle banche centrali il controllo sulla circolazione dei dollari, permettendo scambi “peer-to-peer” istantanei che sfuggono alla burocrazia SWIFT.

2.  Dall’alto (e-CNY): Offre un’alternativa sovrana e strutturata che le nazioni produttrici di petrolio (come l’Iran e parzialmente l’Arabia Saudita) usano per proteggersi dalle ritorsioni americane.

Questa guerra all’Iran, in un mese, ha confermato che il potere finanziario non risiede più solo nel “possedere” la moneta, ma nel gestire l’infrastruttura digitale su cui viaggia.

La guerra classica, per i territori e il controllo delle materie prime, sta mutando in una guerra per la composizione del paniere di monete del futuro che: circoleranno nel web; saranno in parte basate su blockchain ; consentirano transazioni immediate in ogni angolo della terra evitando il controllo del sistema Swift: saranno gestite da privati se stablecoin o, come nel caso dei Cinesi, da Banche Centrali

A ben guardare Starmer e la City si sono allineati sulla visione di modernizzare il sistema valutario del futuro. Il governo sostiene attivamente il lavoro della Bank of England sulla CBDC (la “Britcoin”) e sulla tokenizzazione degli asset. Questa è una strategia di sopravvivenza: se il petrodollaro e lo SWIFT vacillano sotto i colpi del Petroyuan e di USDT, Londra vuole essere la prima a offrire un’alternativa digitale regolamentata e sicura per non perdere il suo ruolo di hub planetario.

Starmer non è semplicemente “influenzato” dalla City. E’ il braccio geopolitico della City. La sua dichiarazione di non intervento in Iran è la traduzione di un ordine finanziario: “Non mettete a rischio il sistema dei pagamenti globale per una guerra ideologica”.

A sostegno di queste affermazioni va detto che mentre la politica di superficie si concentra sui conflitti militari, nelle “backrooms” della finanza londinese ed europea si sta lavorando febbrilmente alla creazione di un’infrastruttura di sopravvivenza. Il “ponte digitale” tra la City di Londra e la BCE (Banca Centrale Europea) è oggi una necessità dettata dal rischio di un collasso del sistema basato sul dollaro.

Ecco come si sta articolando questa collaborazione nel marzo 2026. La City e la BCE sono i motori di Project Agorá, un’iniziativa guidata dalla Banca dei Regolamenti Internazionali (BIS) di Basilea.

L’obiettivo è creare un “ledger unificato” (un registro digitale condiviso) che permetta di scambiare depositi bancari commerciali e moneta della banca centrale in modo istantaneo. Con lo SWIFT sotto pressione a causa delle sanzioni di Trump e della chiusura di Hormuz, Agorá serve a garantire che le transazioni tra Londra e l’Eurozona possano continuare anche se i circuiti americani dovessero frammentarsi o diventare troppo rischiosi. È di fatto un’assicurazione contro l’imprevedibilità di Trump.

Mentre il Regno Unito sviluppa la sua “Britcoin” (Digital Pound), la BCE ha lanciato a marzo 2026 le roadmap per Appia e Pontes: la soluzione tecnologica per regolare transazioni finanziarie su blockchain utilizzando moneta della banca centrale.

Le grandi banche di Londra (HSBC, Barclays, Lloyds) stanno partecipando ai test per integrare i propri sistemi con Pontes. L’idea è che, se il petrolio inizia a essere pagato in Petroyuan, l’Europa e Londra devono avere un sistema altrettanto veloce e “sovrano” per regolare i pagamenti di gas, energia e titoli di stato senza dipendere da intermediari terzi.

Le “dinastie finanziarie” della City hanno capito che il primato del Dollaro Fiat è in una fase di declino strutturale. La loro strategia non è abbattere il dollaro, ma diversificare il rischio.

Creando una connessione digitale profonda tra la sterlina e l’euro, Londra si posiziona come il “neutral hub” tra il blocco del dollaro (sempre più isolazionista) e il blocco dei BRICS (guidato dallo yuan).

Proprio come Starmer ha dichiarato la neutralità militare in Iran, la City sta costruendo una “neutralità infrastrutturale valutaria”: un sistema che funzioni indipendentemente da chi controlla lo Stretto di Hormuz.

C’è un accordo tacito tra Londra e Francoforte: le stablecoin private come USDT sono utili per la liquidità immediata in tempi di guerra, ma sono pericolose perché fuori dal controllo regolamentare. Il “ponte digitale” serve a riportare quei volumi di scambio (che abbiamo visto esplodere a marzo) sotto l’ombrello delle banche centrali, offrendo una stabilità che USDT, in caso di crisi sistemica degli USA, potrebbe non garantire.

In questo scenario, le grandi famiglie della finanza stanno spostando le loro riserve auree dai depositi di New York verso i caveau sotterranei di Londra e della Svizzera. La forbice tra la Casa Bianca e i centri finanziari europei si allarga. Ai posteri l’ardua sentenza.

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