recensioni libri

Recensione La Niña de Oro


La Niña de Oro 
Pablo Maurette
Traduzione di Gina Maneri
Noir
Sellerio Palermo
Pag. 290 euro 15
2026 

Buenos Aires. Luglio (inverno) 1999. Il 16 un adolescente innamorato incrocia in autobus un uomo sulla quarantina col nasino all’insù (ex pugile?), lo urta e viene minacciato, scende impaurito, lo rivede entrare nel suo palazzo, s’infila in un bar. Un paio di settimane dopo viene trovato un cadavere in quel palazzo (ma ovviamente non emerge subito alcun collegamento): Aníbal Doliner, quarantotto anni, solitario misantropo professore di biologia al Siglo de las Lucas (istituto superiore privato), seduto a mani legate, segni di manesca tortura (mandibola rotta, setto nasale spappolato), proiettile a bruciapelo in fronte, ormai putrefatto. A indagare è la sostituta procuratrice Silvia Rey, coadiuvata dal prudente scettico viceispettore Osvaldo Carrucci. Silvia da poco più di un anno dopo il divorzio si è trasferita in un comodo piccolo appartamento moderno e luminoso davanti al cimitero della Chacarita; fa ogni mattina colazione col vedovo padre Francisco alla Niña de Oro, un bar nella zona delle vecchie scuderie; sta per compiere 40 anni e aveva organizzato di partire in vacanza; riesce a rinviare ferie e viaggio di qualche mese; si butta a testa bassa sul nuovo oscuro caso. Fatica a emergere qualcosa di significativo: Doliner viveva appartato e faceva ricerche su albini, ibridi e biologia evolutiva (lui poco seguace di Darwin); un albino lo aveva davvero trovato ma risulta introvabile; si tratta del giovane femmineo Adán Fernández Copito, nato a Licópolis (provincia di La Rioja, ai piedi dei Nevados del Famatina). Poi a novembre (estate) per caso legge una vecchia notizia sulla scomparsa di un ragazzino albino, Nicolás Nico Gonzáles, sembra proprio lui. Forse gli albini sono vittime designate, forse gli omicidi sono più d’uno, forse c’è un traffico di esseri umani, forse c’entra qualche reprensibile poliziotto corrotto. Forse.

Il secondo romanzo tradotto del filosofo scrittore argentino Pablo Maurette (Buones Aires, 1979) è un bel noir plurivalente, temi e crimini sono di natura inquieta e diversa, la chimera è il movente, gli ingranaggi appaiono fofisticati e paralleli, sia causali che casuali (e ben presto riappare l’uomo col nasino all’insù). Il professore era dedito a discutibile teratologia, anomalie e deformazioni corporee, lui sostanzialmente non malvagio dentro malvagie vicende. Nella seconda di copertina si fa riferimento al soprannome dell’albino Copito (bello e delicato “come un fiocco di nove”), chiamato Niña de Oro (nome del bar dove si vedono padre e figlia e titolo del romanzo), fatto probabile di cui risultano scarse tracce nel testo. Compaiono di continuo riferimenti a stregonerie, talismani, giocolieri, magie nere, pozioni, amuleti, unguenti, trifogli, non è detto che c’entrino con gli omicidi ma Silvia ne è certamente frastornata e colpita. La narrazione è in terza varia al passato, lei è la protagonista: legge P. D. James, s’accompagna raramente con maschi, saggiamente diffida, testardamente va oltre i confini della metropoli e s’ingegna fino a Capodanno (estate). Ha vari loop a casa e in autoradio, prima Paloma, poi altro, le forniscono compagnia o ispirazione. Capisce qualcosa quando incontra la prostituta nana Alcira Esmeralda Gachalá, nata pure a Licópolis (paese di trecento abitanti), sinceramente affezionata all’albino (dieci anni più vecchia). Nell’indagine si va spesso indietro nel tempo e lontano nello spazio, pare sia tristemente diffusa la caccia ad albini o a pezzi del loro corpo, pure in Africa. Si bevono sidro e birra, whisky e vino, dipende da interlocutori e situazioni; utili le due bottiglie di Don Valentín Lacrado alla cena con l’amico biologo dell’ex marito.

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