
Care amiche e cari amici,
questa sera non presentiamo semplicemente un relatore. Presentiamo una voce che, da decenni, disturba, interroga, rompe gli equilibri comodi.
Roberto Savio non è solo un giornalista. È uno di quelli che hanno scelto, consapevolmente, di stare dalla parte “sbagliata” della narrazione dominante: quella dei senza voce. Quando ha fondato l’Inter Press Service, non ha creato soltanto un’agenzia: ha dato vita a uno spazio globale di informazione, con articoli e analisi pubblicati e distribuiti in 25 lingue, contribuendo alla lotta contro la povertà, le malattie, per i diritti umani, la democratizzazione, l’ambiente e lo sviluppo.
Savio compie un atto politico nel senso più alto del termine: spostare il punto di vista, dare spazio a ciò che il sistema tende a ignorare, quando non a cancellare. E questo ha sempre un prezzo.
La sua storia è attraversata da incontri che non sono semplici aneddoti, ma veri snodi della storia contemporanea. Una notte, a Cuba, si trova davanti a Che Guevara: non un mito da poster, ma un uomo in carne e ossa, con cui confrontarsi senza retorica. Un incontro, ormai noto, che ha lasciato segni profondi e positivi nella sua attività giornalistica.
Anni dopo lavora con Mikhail Gorbaciov, nel tentativo — oggi quasi dimenticato — di costruire un ordine internazionale fondato sul dialogo, e non sulla contrapposizione permanente.
Ciò che colpisce in Roberto Savio non è solo ciò che ha visto, ma ciò che continua a dire e a fare.
In un tempo in cui l’informazione spesso semplifica, si allinea e tranquillizza, la sua voce resta scomoda. Perché ricorda che la pace non è una parola da convegno, ma un conflitto quotidiano contro disuguaglianze, silenzi e ipocrisie.
Tra i tanti riconoscimenti internazionali ricevuti, desidero ricordare il Premio Hiroshima per la Pace, conferitogli nel 2013. Un riconoscimento che non è stato un semplice premio alla carriera, ma il segno di una coerenza: quella di chi non ha mai separato informazione e responsabilità.
E allora ascoltarlo, questa sera, non è un gesto formale. È una scelta. La scelta di uscire, almeno per un momento, da una visione del mondo rassicurante; la scelta di confrontarsi con una lettura più esigente, più scomoda… ma anche più vera.
Grazie per aver accettato il nostro invito. Siamo qui, stasera, caro Roberto, per ascoltare la tua esperienza e per lasciarci toccare da essa. Perché la pace — quella vera — nasce così: dall’incontro con chi ha avuto il coraggio di viverla davvero.
«Viviamo in un mondo frammentato, polarizzato, spesso incapace di ascoltarsi. In questo scenario, come può oggi la società civile ritrovare una voce comune e costruire un’alternativa credibile al pensiero dominante?»
Roberto Savio: Anzitutto vorrei dire, per voi che conoscete Turi Grasso, che è stato molto generoso e ha fatto una presentazione di me davvero eccessiva. Io sono semplicemente un attivista, nulla di più.
Ho lavorato nelle Nazioni Unite, nel mondo internazionale, in circa trenta Paesi, e ne ho visitati 106. Ho accumulato una serie di esperienze vissute.
Mi stupisce però che tendiamo a complicare moltissimo cose che, in realtà, sono molto semplici. Quasi tutti voi sarete stati in un condominio. Basta che vi sia una persona arrogante e litigiosa perché la pace del condominio finisca. Non servono grandi cose per rompere il dialogo: basta qualcuno con l’arroganza di farlo.
Oggi viviamo in un mondo in cui l’arroganza del potere ha creato una situazione simile: in questo “condominio globale”, dove ci sono 186 Paesi membri, due o tre si comportano con estrema arroganza. Questo ha prodotto uno sconvolgimento profondo: la crisi del diritto internazionale.
E non è cosa da poco, perché senza diritto internazionale non sappiamo più come regolare i rapporti tra gli Stati. Abbiamo perso non solo regole, ma anche una visione comune, un’architettura di valori condivisi. Faccio un esempio semplice: oggi la parola “pace” è diventata, per alcuni, un termine di parte. Anche il tema del clima viene letto in chiave ideologica. Ma come può il cambiamento climatico essere “di sinistra” o “di destra”? Come può il pianeta avere un orientamento politico? È evidente che siamo di fronte a una manipolazione della realtà legata a logiche di potere che tutti conosciamo.
Ma il fatto che Milei, diventato presidente dell’Argentina, abbia eliminato tutte le leggi ambientali, e che Kast, diventato presidente del Cile, abbia cancellato 57 leggi ambientali in un solo giorno, sono segnali molto chiari: esiste una logica forte, potente, che guida queste scelte.
Anche noi abbiamo fatto una marcia indietro rispetto ai tempi ambientali previsti dall’Unione Europea nell’Agenda 2030: diversi obiettivi sono stati di fatto rinviati. Questo perché, ad esempio, l’industria bellica tedesca non è favorevole a restrizioni rapide sulle emissioni, e quindi si tenderà a raggiungere quei traguardi con maggiore gradualità.
Insomma, ci sono varie ragioni per cui oggi il tema dell’ambiente è, di fatto, in una fase di stallo. Eppure, il fatto che l’uomo non possa vivere senza una visione costruttiva del rapporto con l’ambiente è evidente. Lo dimostrano anche le crisi e i conflitti in atto: molti Paesi stanno aumentando l’uso di energie alternative.
La Cina, ad esempio, sta lavorando a ritmo accelerato per ridurre la dipendenza da gas e petrolio. E se guardiamo ai Paesi del Golfo, vediamo che stanno tutti discutendo come costruire meccanismi per diminuire la dipendenza energetica.
La stessa tensione sullo Stretto di Hormuz ha fatto capire a tutti che, senza una strategia di sopravvivenza, il sistema in cui viviamo rischia di collassare. Secondo l’Agenzia Internazionale dell’Energia, tra pochi mesi l’Europa potrebbe trovarsi senza sufficiente carburante per il trasporto aereo.
Io stesso, dovendo prenotare un volo per giugno, mi sono sentito dire da un amico di agenzia: “Prendi quello del mattino, perché se dovremo cancellare dei voli, probabilmente saranno quelli del pomeriggio”. Siamo arrivati a un punto in cui non è in gioco solo il tema della pace, ma la logica stessa dell’umanità, che è una logica sociale. L’uomo è un animale sociale, più di altri, ed è proprio questa caratteristica — insieme al linguaggio e ad altri strumenti — che gli ha permesso di diventare ciò che è.
Oggi però ci troviamo davanti a una scelta molto semplice. Il sistema politico è fermo: la polarizzazione e le divisioni lo hanno portato a una spaccatura radicale. I governi di centro sono scomparsi; esistono governi di destra o di sinistra, e sempre più spesso di estrema destra o sostenuti da forze di estrema sinistra. In questa situazione, destinata a durare ancora per un po’, l’unica possibilità è che la società civile — che già si è mobilitata sul clima — assuma una posizione ferma e chieda con forza politiche orientate alla sopravvivenza dell’umanità.
C’è poi un altro tema che va affrontato, anche brevemente: l’intelligenza artificiale. Così come si sta sviluppando, rischia di mettere in discussione la democrazia e la cooperazione umana, perché spinge verso un forte individualismo e verso la creazione di “bolle” chiuse, all’interno delle quali ci muoviamo.In queste bolle, l’idea di valori comuni e di cooperazione tende a scomparire in modo profondo.
E c’è un’ultima questione: l’uomo è forse l’unico animale che non impara. Continuiamo a cadere in due trappole che pensavamo superate: il nome di Dio e il nome della nazione.Quanti milioni di morti ci sono stati nella storia in nome di Dio e della nazione? Eppure oggi stiamo tornando esattamente dentro queste logiche.Se noi cittadini non troviamo la capacità di diventare consapevoli di questa situazione, di riconoscerne l’assurdità e la mancanza di logica, sarà difficile persino spiegarla razionalmente.Se arrivasse qualcuno da Marte e ci chiedesse cosa sta succedendo, non sapremmo rispondere in termini logici, perché la razionalità sembra essersi smarrita.
E allora dobbiamo fare uno sforzo: recuperare consapevolezza, senso critico… e anche la capacità di rimettere in discussione noi stessi.
Domanda: «In molte persone parlano ormai di ambiente come di una vera emergenza, ma pochi lo vedono come opportunità storica. Secondo te la tutela dell’ambiente può diventare non solo un fattore di crescita, ma anche una leva di equilibrio geopolitico e di pace tra i popoli?
La tutela dell’ambiente può diventare non solo un fattore di crescita, ma anche una leva di equilibrio geopolitico e di pace tra i popoli?»
Roberto Savio: Non credo ci sia altra scelta. Noi possiamo continuare a ignorare il dramma del cambiamento ambientale, possiamo continuare, non c’è problema. L’abbiamo fatto già per tanto tempo e abbiamo tutti i dati per sapere che siamo di fronte a un problema serio e reale.
Non succede nulla negli Stati Uniti. L’83% dei cittadini americani crede che il tema dell’ambiente sia un tema fondamentale, e abbiamo un governo che fa esattamente l’opposto. È un governo che sta rimettendo in funzione il carbone e i combustibili fossili, sta andando contro il cambiamento climatico.
Il governo americano ha pagato un miliardo di dollari alla Total, l’agenzia francese che doveva installare un parco eolico nel Golfo del Messico, per non installarlo. Ha pagato un miliardo di dollari pur di far fermare il parco eolico.
Queste sono scelte ideologiche, non sono scelte logiche. E uno può anche essere ideologicamente d’accordo con un mondo in cui il “market” guadagna 30.000 dollari al minuto e si vanta di non aver mai pagato un centesimo di tasse.
Un mondo in cui nei paradisi fiscali ci sono 40 trilioni di dollari immobilizzati. Un mondo in cui lo 0,003% dell’umanità possiede il 50% del prodotto lordo mondiale. Un mondo in cui abbiamo un debito globale arrivato a 108 trilioni, mentre il prodotto lordo mondiale è 110 trilioni.
Fra un anno, il prodotto lordo mondiale sarà inferiore a quello che spendiamo. E voi sapete che, in una famiglia, se uno spende più di quanto guadagna, non è una situazione sostenibile.
Allora, in questo mondo che non è sostenibile, qual è l’unica soluzione?
È quella di vedere come usare la crisi nella quale siamo come un aspetto positivo. I cinesi, alla parola “crisi”, danno un senso ambivalente, perché la crisi significa anche apertura di opportunità. C’è uno studio dell’OSCE, la più grande organizzazione regionale di sicurezza al mondo, che dice che per ogni dollaro investito in interventi positivi sul cambiamento climatico ci sono tre dollari di risparmio in costi e problemi.
A questo punto noi abbiamo tutti i dati, le cifre, le statistiche, eccetera. Però il problema è che non si fa, perché evidentemente il quadro politico è stretto tra il mondo delle lobby dell’industria fossile e quello dell’intelligenza artificiale, che ormai ha superato il mondo industriale ed è diventato il nuovo centro dell’economia.
E voi pensate che la IBM, nell’anno 1960, aveva 400.000 dipendenti e un certo bilancio.
Nvidia, la società che oggi produce microchip, ha circa 60.000 dipendenti e un bilancio venti volte superiore a quello dell’IBM. Perché ormai l’economia sta cambiando, l’industria sta cambiando: siamo in un’epoca di transizione.
In questa transizione o noi troviamo il modo di usare in termini positivi la crisi, oppure sarà una crisi che ci porterà tutti quanti in un cammino senza speranza.
Riflessione finale
«Roberto, ascoltarti fa quasi venire i brividi, perché si percepisce chiaramente che hai detto solo una parte di ciò che vorresti esprimere, e già questo è profondamente preoccupante, anche alla luce delle riflessioni che abbiamo condiviso. Ti chiederei adesso un pensiero finale, di chiusura.
Se dovessi lasciare un messaggio a chi ci ascolta — un messaggio essenziale, una chiave di lettura di questo nostro tempo, che appare segnato da una crescente disumanizzazione —, cosa ti sentiresti di consigliare ai giovani, a tutti noi, e ai decisori politici in generale?»
Vado spesso a parlare nelle scuole e nelle università, e ciò che mi sorprende è quanto la società ignori i giovani. Di fatto c’è uno stacco generazionale, per cui i giovani ormai sono una categoria autosufficiente, autoreferente, che non ha in realtà nessuno scambio di contatti e di idee con le altre generazioni.
E questo è tipico del mondo in cui siamo, in cui la gente ha smesso di credere nelle speranze che avevamo negli anni dopo la guerra mondiale. Speranze che, negli anni ’80, hanno cominciato a crollare con il cosiddetto “Washington Consensus”, cioè la formula con cui la Banca Mondiale, il Fondo Monetario e il sistema bancario americano hanno ristrutturato l’economia mondiale.
Hanno detto: ciò che funziona è ciò che produce, ciò che non produce non è importante.
Allora, per esempio, l’educazione produce, ma non nel breve periodo, la sanità produce, ma non nel breve periodo, la finanza invece produce nel breve periodo. Allora abbiamo cominciato a creare un mondo in cui si dà importanza a ciò che rappresenta produzione.
Il risultato è che da 50 anni stiamo riducendo sanità ed educazione. In questo mondo, dove la logica è sempre più quella del mercato e non dell’uomo, il centro del soggetto è il mercato, non è l’uomo.
E noi dobbiamo cominciare a riflettere sul perché i giovani non si sentono parte di questa società.
E, per non andare tanto lontano, in Italia un governo — e non di destra — circa 14 anni fa spese 20 miliardi di dollari per salvare quattro banche. Nello stesso anno, il totale delle somme in bilancio per i giovani era di 1 miliardo. E se voi foste giovani, una società che spende 20 miliardi per le banche e uno per loro crea una situazione in cui oggi i giovani si sentono completamente insicuri. Non votano più perché non si sentono parte del sistema. E l’intelligenza artificiale aumenterà questo dramma, perché ci mette davanti a un sistema orizzontale che però ci rinchiude in bolle verticali.
Metti i “verdi” con quelli che pensano verde, metti i “rossi” con quelli che pensano rosso. Allora io entro in una bolla in cui mi trovo con persone che la pensano come me, sono felice e tranquillo; ma se esco dalla bolla e incontro uno che la pensa in modo diverso, lo vedo come un nemico, non come una persona che la pensa diversamente. Tolleranza, solidarietà sono termini che sono scomparsi dal dibattito, non se ne sente più parlare.
Non si sente più parlare di giustizia sociale, non si sente più parlare dell’idea di cooperazione.
È scomparsa anche l’idea della differenza tra crescita, che è quantità, e sviluppo, che è qualità della persona. Siamo entrati in un mondo in cui tutti quelli che erano valori stanno scomparendo.
I valori ormai sono quelli della borsa. Allora io mi metto nei panni dei giovani e vedo che entrano in un mondo in cui oggi un bambino che nasce in Italia nasce con 40.360 euro di debito.
Io, se fossi un bambino, non mi sentirei così felice di nascere in un mondo in cui c’è un debito destinato ad aumentare, perché continuerà ad aumentare e nessuno lo potrà pagare.
Allora, qual è la logica? La logica è che una società non può vivere fino a quando non trova strumenti di cooperazione e di dialogo, soprattutto oggi, in un mondo in cui tutto è possibile globalmente, perché la tecnologia ce lo permette, in un mondo in cui non esistono più frontiere importanti, non esistono più vere barriere linguistiche, in un mondo in cui l’omogeneizzazione è così accelerata.In questo mondo, o noi ritroviamo termini di dialogo e cooperazione per poter parlare fra di noi, oppure saremo condannati a una situazione di conflitti permanenti, in cui l’umanità si troverà di fronte a problemi molto seri.
Allora, il mio messaggio è questo. Oggi quello che conta è non perdere la capacità di indignarsi. La gente che perde la capacità di indignarsi e rimane indifferente davanti a tutto è gente che non è più un animale sociale utile.
E la gente si indigni, a destra o a sinistra non ha importanza, però che la gente partecipi, che la gente si indigni, che la gente senta di far parte di una società e senta che può contribuire, nel suo piccolo, nelle relazioni quotidiane. La pace, come diceva Gandhi, si costruisce nei rapporti personali. È un problema di cultura, è un modo di vedere la vita, non è un fatto tecnico: è un fatto culturale.
Dobbiamo riscoprire la cultura della pace fra tutti noi. Questo è il messaggio che io darei.
«Roberto, grazie per il tuo messaggio e per il tuo contributo.
Grazie anche per aver portato in Italia una sezione dell’Università per la Pace delle Nazioni Unite dedicata all’intelligenza artificiale.»
