
di Angelo Schiano e Roberto Savio
Dieci anni di lavoro con Papa Francesco, un messaggio di Papa Francesco sul “disarmo” dell’intelligenza artificiale, un master che fa sedere allo stesso tavolo ebrei, cristiani e musulmani. Le dimissioni del rettore dell’Università delle Nazioni Unite, annunciate per il 31 ottobre, chiudono una stagione che ha reso Roma un laboratorio di pace.
Quando un rettore si dimette, la notizia solitamente resta entro le mura dell’ateneo. Nel caso di Francisco Rojas Aravena, che il 31 ottobre 2026 lascerà la guida dell’Università per la Pace delle Nazioni Unite (UPEACE), le mura sono ben più ampie. Perché in questi anni l’UPEACE è diventata uno dei pochi luoghi in cui l’ONU e la Chiesa cattolica hanno lavorato fianco a fianco su un terreno concreto: formare persone capaci di dialogo in un mondo che lo sta perdendo.
La lettera con cui il rettore annuncia la sua decisione lo chiarisce fin da subito: “Le istituzioni multilaterali sono sotto attacco”. Il ricorso alla forza e il declino della cooperazione mettono in discussione “l’accettazione dei valori della pace, del dialogo e della cooperazione internazionale”. È in questo clima che l’università – fondata nel 1980 dall’Assemblea Generale su iniziativa di Rodrigo Carazo, del Costa Rica – si è ritrovata senza un Consiglio al completo: dieci dei suoi diciassette membri attendono ancora la nomina da parte del Segretario Generale, altri attendono quelle dell’UNESCO e del governo costaricano. Senza questo organo, il rettore non può approvare bilanci, sedi o misure d’emergenza. Rojas Aravena ha scelto di farsi da parte affinché la procedura di successione, ferma da maggio, possa riavviarsi.
Ma è il capitolo romano della sua lettera a meritare attenzione. Il rettore ricorda il master in dialogo interreligioso, che accoglie studenti “dal mondo ebraico, dal Vaticano e dal mondo musulmano”, sostenuto dalla Lega del Mondo Islamico e dal suo Segretario Generale, Mohammed Al-Issa. E ricorda il ruolo di Papa Francesco, che ha accompagnato questo percorso con incontri presso la Pontificia Università Lateranense e con il protocollo d’intesa firmato tra la Santa Sede e l’UPEACE. «Ho avuto il privilegio di conversare con Sua Santità Francesco e di ricevere i suoi consigli», scrive Rojas Aravena. Non si tratta di una formula di cortesia: è la traccia di un rapporto che ha conferito all’università una legittimità che nessuna risoluzione dell’ONU avrebbe potuto attribuirle autonomamente.
Il filo conduttore non si è interrotto con il nuovo pontificato. In occasione del più recente seminario AI4Peace tenutosi a Roma, l’università ha ricevuto un messaggio da parte di Papa Francesco. Il Pontefice, riferisce il Rettore, ha richiamato la «necessità di un’etica e di un disarmo dell’intelligenza artificiale», affinché essa venga posta al servizio della pace. Il fatto che un’università delle Nazioni Unite abbia scelto Roma per interrogarsi sull’intelligenza artificiale, e che proprio da Roma sia giunta la voce del Papa, la dice lunga su come Rojas Aravena abbia inteso il proprio ruolo: non come semplice gestione di un’istituzione, bensì come mantenimento di un dialogo costante con chi, nel mondo, parla ancora di coscienza.
Lo stesso spirito ha animato il resto del suo mandato. Si pensi al campus inaugurato in Somalia nel 2021, in una terra devastata dalla guerra; alla sede colombiana di Bucaramanga e al master sul post-conflitto a Cali, nel Paese che ha siglato uno degli accordi di pace più complessi dei nostri tempi; al programma realizzato con la Nippon Foundation, che ha formato cinquecento giovani asiatici nell’ottica della pace; o ancora al progetto condotto insieme all’UNHCR, all’OIM e al governo del Costa Rica, che ha permesso a centinaia di centroamericani, le cui vite erano in pericolo, di «ricostruire la propria esistenza in altre terre». Un’educazione alla pace che è andata a cercare i conflitti laddove essi si manifestano, e non dove sarebbe più comodo studiarli.
Il Rettore non tace di fronte alle difficoltà interne. Racconta di aver ascoltato, nelle ultime settimane, il personale, gli studenti e gli ex allievi; riconosce che il cambiamento «genera resistenze» e afferma di non poter guidare l’istituzione senza il pieno sostegno dei propri colleghi. Si tratta di una concezione del servizio che risulterà familiare a chi conosce la vita della Chiesa: l’autorità intesa come responsabilità condivisa, e non come possesso. Inoltre, in un documento allegato, respinge fermamente le accuse contenute in un comunicato anonimo – definendole false e diffamatorie – senza tuttavia porle al centro della propria lettera.
