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Il Covid non è il solo virus pericoloso

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La politica contagiata sempre più dall’agente patogeno del divisionismo

Appare sempre più cervellotico e stancante provare a capire che cosa sta succedendo alla politica italiana e ai suoi destini. Abbiamo sottolineato infatti più volte il distacco profondo che si sta creando tra il governo nella sua azione riformatrice e le forze politiche, i movimenti, che dovrebbero rappresentare il popolo italiano. I più positivi osservano che sotto il cappello rassicurante del premier e del suo esecutivo, la politica si stia rinnovando ed ammodernando, in un certo senso sia in libera uscita. Errore concettuale perché lo stato dei partiti, dei movimenti, la loro vita senza pace e senza equilibrio mette in pericolo la struttura stessa del governo e il rispetto degli impegni assunti per rilanciare il sistema, rendendolo più moderno ed efficiente.

Il vero nodo sta nella ricerca da parte degli italiani di qualcuno che ne rappresenti, in una reale dialettica con gli altri, al centro ed in periferia, il modo di ragionare, gli interessi, le aspirazioni. Se ci fermiamo all’epidermide di detto problema possiamo dire che lo stato generale sia drammatico e che la ricchezza di diversità che esprime sia soltanto il segno della confusione e dell’impossibilità di scegliere che paralizza da decenni il nostro paese.

Le indicazioni che giungono dall’esecutivo sono di razionalità, di ricerca di comun denominatore, nella consapevolezza che non tutto sia riformabile in tempi brevi e che molti passi in avanti siano possibili solo superando egoismi, superfetazioni, incrostazioni di cosiddetti interessi che altro non sono che il più bieco corporativismo che si possa immaginare. Pensiamo al Titanic: mentre sullo sfondo nebbioso si cominciava ad intravedere l’iceberg che avrebbe portato alla catastrofe il più famoso transatlantico del mondo, nei saloni ai piani cosiddetti nobili della nave si ballava come nella migliore tradizione di fine ottocento e di inizio novecento. Incuranti cioè di cosa accadeva intorno realmente. Incapacità questa che portò alla fine il mondo di allora e che aprì la strada alle convulsioni del secolo breve come spesso capita di ricordare.

Ecco, la sensazione è che mentre nella sala macchine il premier e i ministri cerchino di mantenere la rotta ed evitare pericoli e ritardi, da parte della politica vi sia l’atteggiamento dei danzatori – certi con le migliori intenzioni a volte – incuranti ma si spera non ignari del pericolo incombente. Il tempo non lavora a favore di questa disparità di comportamento, anche perché appare chiaro che le molte (per alcuno, anche troppe) finalità contenute nei piani governativi in accordo con le istituzioni europee richiedono condivisione degli obiettivi indicati, e non la rissa su ogni tema sempre divisivo che si ritrovi nel dibattito nazionale. Un paese unito deve poter superare le proprie complessità, le divisioni devono essere ridotte all’essenziale. Prima vengono i fondamentali per così dire, poi gli altri interessi altrettanto giusti ma che per essere soddisfatti hanno bisogno di una quadro di riferimento chiaro e di posizioni non irrazionali o peggio.

Altra questione dirimente poi, l’affastellarsi delle riforme necessarie ma che non possono essere risolte con una bacchetta magica in poche battute, soprattutto considerando che da decenni su di esse ci si è divisi, scontrati, si sono fatti cadere governi, rovesciate maggioranze, in un tripudio di elezioni che non hanno risolto ma hanno creato difficoltà successive, pur ribadendo subito che solo la volontà popolare e il suo corretto esplicarsi, può dare risposte alle domande.

Si parla ora di riforma della pubblica amministrazione, della giustizia, della politica economica, dei sistemi di welfare, di diritti umani, della creazione di lavoro, di superamento delle differenze tra le varie aree del paese non facilmente ormai riconducibili al solo divario nord-sud. E di altri mille terreni necessari sui quali si deve intervenire, Valga per tutti la considerazione popolare che chi troppo vuole nulla stringe e che troppe riforme equivalgono tristemente a nessuna riforma, se esse non hanno il tempo per dispiegare i loro effetti.

Ecco perché la sensazione palpabile, mentre si continua a combattere la pandemia e si cerca di riappropriarsi del proprio spazio di libertà, è che il virus pandemico faccia il suo corso comunque e si cerchi di contrastarlo, ma che un altro e ben più insidioso tipo di agente patogeno stia mettendo a rischio la nostra civile convivenza: quello della politica senza ragione, della politica usata solo per attaccare e distruggere l’altro, quello della politica egoista rivolta al solo proprio tornaconto immemore che soltanto se il sistema ha la forza di comprendere le diversità la democrazia è salva. La percezione è che menti anche consapevole e lungimiranti di alcuni politici anche di spicco abbiano smarrito il senso profondo del proprio agire spinti dal contingente, dal proprio contingente spesso prevalente, e che non vedano con chiarezza il paese che sta di fronte.

Quel che va salvato è il nostro sistema democratico nella forma e nella sostanza, le idee di rispetto e di diritto che ne costituiscono l’ossatura portante. Continuare a scontrarsi, a dibattere nel migliore dei casi, come tori nell’arena, indica uno smarrimento sostanziale del senso comune delle cose, dei valori fondanti che non possono essere ad ogni piè sospinto, piegati al proprio modo di vedere, ma devono costituire il comune quadro nel quale pur distanti si rimane quel che si è: cittadini di uno stesso paese per il quale darsi da fare e da difendere da ogni pericolo o virus che cerchi di attaccarlo!

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