Attualità

Il solipsismo della politica

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La difficoltà di comprendere che cosa sia divenuta la rappresentanza 

Non abbiamo intenzione di utilizzare, a tutti i costi , parole complesse ma, a volte, appare necessario, non per incutere timore in chi non conosce il significato, ma con l’intento opposto di renderlo comprensibile. Ecco allora che cominciamo queste riflessioni con il termine derivato dal latino “moderno” di Immanuel Kant composto di solus (cioè solo) e ipso (ovvero, stesso». 

Se cerchiamo di spiegarci il senso, ci soccorre la filosofia, nella quale il solipsismo è l’atteggiamento di chi risolve ogni realtà in se medesimo, o dal punto di vista pratico (ponendo a metro delle azioni il proprio interesse personale) o da quello gnoseologico-metafisico (considerando l’universo come semplice rappresentazione della propria, particolare coscienza). Dall’Ottocento il solipsismo, rigorosamente inteso, è la posizione teoretica che assume la coscienza empirica, individuale, come fondamento di ogni forma di conoscenza: inizialmente connesso all’idealismo soggettivo, cioè alla dottrina che risolve ogni realtà nei contenuti soggettivi, particolari, della coscienza, è parzialmente superato nell’idealismo trascendentale di Kant, che considera l’autocoscienza pura dell’«io penso» come fondamento universale e oggettivo del conoscere. Ad esso, tuttavia, è ancora contrapposta la realtà autonoma della «cosa in sé»; il suo completo superamento avviene solo nell’ambito dell’idealismo oggettivo, in quanto posizione filosofica che elimina ogni contrapposizione tra la coscienza e la realtà. 

Ancora in senso estensivo, soggettivismo, individualismo estremo, per cui ogni interesse è accentrato su di sé, ignorando o trascurando i problemi e gli interessi degli altri.

È tutto più chiaro? A parte i fondamentali per così dire è probabile che così non sia soprattutto in alcune connessioni tra termini e significati di riferimento.

Tuttavia, una cosa ci si manifesta chiara, per fortuna, che l’atteggiamento in questione più o meno fondato è quello di chi si ritiene per così dire autosufficente, in grado di proporre risposte o soluzioni che dovrebbero spiegarsi da sé e risolvere i problemi più o meno complessi. E come corollario vi è il dialogo tra sordi che si realizza quando più atteggiamenti similari si mettono a confronto per trovare un punto di intesa. Se non si versasse in un campo serio come quello della politica, dell’amministrazione di un paese, quale sorriso mesto nascerebbe sul viso di chiunque. 

Un paese avviato da alcune coraggiose politiche (dove coraggiose sta anche per dirompenti su equilibri e rendite di posizione) ad aggredire positivamente mali decennali se non secolari avrebbe potuto sperare in un naturale concludersi del lavoro cominciato a scadenza naturale. Ma è qui sta il busillis, la scadenza naturale per il sistema politico italiano non esiste, come non esiste l’impegno assunto verso il popolo che può modificarsi in un battito d’ali sulla base di calcoli contingenti e di poco respiro ma capaci di monopolizzare il resto.

Il paese tra qualche settimana tornerà ad elezioni politiche dopo una legislatura chiusa anzitempo per la semplice considerazione che quello che si stava avviando era un percorso che avrebbe chiamato tutti alla responsabilità reale verso i problemi, non al continuo rimpallo e alla continua dilazione in nome ovviamente della propria visione programmatica e via dicendo. 

Due anni di pandemia nella quale l’Italia, non il solo paese (ma mal comune non è mezzo gaudio) nella quale siamo entrati in gravi difficoltà ecomomiche e con crescita zero se non negativa, una gravissima crisi internazionale dove con la violenza delle armi qualcuno sta cercando di ridisegnare equilibri di potere, una crisi che è al tempo stesso politica, militare, economica, alimentare ed ambientale a suggello, non hanno persuaso della bontà di un cammino condiviso a grande maggioranza per il cosiddetto bene del paese. O meglio, quanto fatto, da criticare e demonizzare ovviamente, ha messo la situazione nelle condizioni di avere l’obiettivo di gestire un imponente messe finanziaria di default mantenendo il minimo sindacale dato che la maggior parte del lavoro è stata già fatta. 

Di qui la faciloneria che nessuna analisi politilogica, nessun programma elettorale potrà spiegare, con la quale si è arrivati alla crisi di governo e al conseguente bisogno di divisione e di solipsismo soggettivo e di gruppo (ovvero di coloro che si alleano per le elezioni con il colto e con l’inclita, con il diavolo e con l’acqua santa), la rottura di intese appena prese per cambi di fronte dovuti a riflessi condizionati ideologici e senza scopo, per il gioco delle rivalità, delle invidie, dei personalismi se ad essi potesse essere attribuito un valore che vada oltre il contingente.

Di fronte a tutto questo a destra come a sinistra o anche in quella nebulosa che si vuole definire centro, assistiamo senza sosta ad un affastellarsi di grida, di slogan, di messaggi più o meno subliminali, ma che sembrano sovente rivolti nel vuoto pneumatico di una crisi senza senso, senza scopo, inutile per lo stato del paese.

Meglio dire utile soltanto a riprendere il bel gioco antico della sinistra contro la destra e viceversa dove però nessuna delle due risponde ai connotati storici perché il paese nonostante la politica è cambiato e radicalmente e la parabola dei grillini mostra come i cittadini sanno capire se quello che viene loro propinato ha un minimo di serietà. Dunque, speriamo che tutto quello che accade serva a qualcosa, a far emergere una direzione chiara. In ogni caso, come ci ricorda Dante Alighieri, ad oggi “la diritta via” è stata smarrita!

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