
L’Italia, favorita dalla sua posizione geografica e dal suo clima, potrà in futuro essere all’avanguardia nella produzione di energia da fonti rinnovabili, ma finora ha fatto poco, lasciando ad altri il compito di fare da battistrada in Europa ed alla Cina di stupire per l’ennesima volta per la rapidità di installazione di nuovi impianti.
Il 14 luglio 2021 la Presidente della Commissione europea aveva presentato formalmente il piano energetico continentale, meglio noto come “Green Deal” europeo. Esso è stato poi, alcuni mesi fa, approvato con una strettissima maggioranza dal Parlamento europeo, per divenire esecutivo e vincolante per tutti i paesi membri dell’U.E. Ciò ha posto l’Europa all’avanguardia rispetto a tutti gli altri paesi nella transizione energetica e nella tutela dell’ambiente.
Tra le scadenze temporali che sono state dalla Commissione indicate a scalare da oggi al 2050, quest’ultimo anno è stato individuato come termine ultimo per raggiungere la completa decarbonizzazione dei Paesi dell’Unione. La prima scadenza prefissata è quella del 2030. Entro tale data, cioè fra circa sette anni, gli “edifici” dell’Unione – che in Italia sono già coinvolti in massicce operazioni di risparmio dei consumi energetici – dovranno essere “de-carbonizzati”.
Nel Green Deal è stata data la precedenza agli edifici, ma con altre scadenze successive sino al 2050 la decarbonizzazione investe tutti gli altri settori, a partire da quello dei trasporti (2035), per giungere a metà secolo al completo abbandono di qualsiasi combustibile che produca CO2.
Gli attuali combustibili fossili (s/t carbone, petrolio e metano) verranno progressivamente abbandonati, pur se con gradualità nel periodo di transizione (prima il carbone, poi il petrolio, il metano alla fine), e saranno contemporaneamente sempre più introdotte ed incentivate le fonti di energia rinnovabili (fotovoltaico, eolico, idroelettrico, geotermico, biomasse, ecc.). Ciò in attesa che per l’idrogeno la ricerca (s/t italiana e tedesca), molto attiva negli ultimi anni, giunga a ridurre i costi di produzione e ad aumentare i margini di sicurezza per un uso intensivo di questo combustibile. Ad oggi l’uso dell’idrogeno verde (cioè non inquinante, perché prodotto dall’elettrolisi dell’acqua) sembra in prima battuta destinato ad essere utilizzato prevalentemente nei grandi impianti e nel trasporto pesante terrestre e marittimo. Ciò non esclude comunque che in prospettiva, prevedibilmente nel giro di un decennio, l’uso dell’idrogeno (stoccabile), combinato con l’energia prodotta da fonti rinnovabili (alcune delle quali “intermittenti” come il fotovoltaico e l’eolico) diventi la forma energetica prevalente. Resta poi comunque sullo sfondo il rilancio degli impianti di energia nucleare di ultima generazione, particolarmente caro ad Americani e Francesi, per la quale in realtà si ipotizzano tempi lunghi, con la prospettiva più a lungo termine rappresentata dalla fusione, non prevedibile ad oggi prima di un ventennio.
Per raggiungere i grandi obiettivi prefigurati da Bruxelles con il Green Deal l’Italia non sembra essere per ora il paese più portato a rispettare i rigorosi termini temporali che ci sono stati proposti. In compenso altri paesi europei stanno bruciando le tappe e, come avviene coi paesi scandinavi (la Danimarca in particolare, con i suoi grandi impianti eolici off-shore) si è addirittura in vantaggio rispetto alla tabella di marcia. Analogamente in Cina, che ha scelto di fissare al 2060 la data limite per la sua decarbonizzazione totale, il grande impulso dato alla costruzione di nuovi gigantesche centrali fotovoltaiche, potrà portare ad una riduzione dell’uso del carbone prima delle date originariamente previste.
In attesa che ciò si verifichi, incombe, per noi Europei, la scadenza della data del 2030 per la decarbonizzazione della maggioranza degli edifici, pubblici e privati dell’Unione. Pur essendo chiaro che i vari passaggi da qui al 2050 avverranno gradualmente e che quindi avremo a che fare col petrolio e col metano ancora per parecchio tempo, occorre che nei sette anni che ci separano dal 2030 si faccia un grande sforzo per incrementare al massimo la produzione di energia da fonti rinnovabili (solare, eolico, idroelettrico. geotermico, biomasse ecc.). Anche perché l’eventuale ricorso al nucleare – che assieme all’idrogeno dovrebbe fare da mattatore nel lungo periodo – porterebbe a lunghi periodi di attesa (almeno un decennio) prima che una centrale nucleare costruita oggi diventi completamente operativa.
Ora, essendo per ora il solare, in attesa dell’idrogeno, tra le poche forme di produzione assieme al minieolico, praticamente applicabile negli agglomerati urbani, se ne deduce che per l’Europa questa sarà la formula prevalente sino al 2030, anche se la quota di energia prodotta dalla copertura degli edifici sarà insufficiente a soddisfare il fabbisogno globale di energia per i centri abitati.
Anche questa data del 2030, così vicina ormai, ha portato recentemente la speculazione a scatenarsi, con grandi e giustificate proteste soprattutto di Confagricoltura e Verdi, nella ricerca di terreni pianeggianti, attualmente destinati ad uso agricolo, ai fini di una più comoda realizzazione di grandi parchi fotovoltaici ed eolici, soprattutto al Sud.
Per salvaguardare i terreni agricoli pianeggianti – si noti che la superficie italiana coltivata si è negli ultimi quindici anni ridotta da 14 a 11 milioni di ettari – occorrerà sollecitare interventi organici del Governo per favorire il reperimento di terreni montani o pedemontani, e comunque marginali, da destinare a parchi fotovoltaici ed eolici. Questo rappresenta uno dei maggiori punti di forza della proposta di interventi per i PICCOLI COMUNI (per convenzione tutti quelli con meno di cinquemila abitanti) che la Fondazione Italiani ha elaborato e che inizieremo ad illustrarvi con altri articoli a partire da questo numero.
La accesa competizione che si è scatenata ultimamente a livello globale tra i due grandi poli capitanati da Stati Uniti e Cina vede nella salvaguardia del clima e nella ricerca di energie pulite uno dei campi in cui da un lato la lotta per il primato sarà più accanita e dall’altro gli accordi e le sinergie saranno inevitabili e porteranno i maggiori benefici all’umanità per i risultati positivi che potranno essere raggiunti.
Il mese scorso si è poi tenuto negli Emirati arabi uniti il COP28 al quale ha preso parte anche l’Italia che ha sottoscritto la dichiarazione finale e si impegnata a contribuire economicamente in favore dei Paesi più deboli. Dal canto suo l’UE, il 3 u.s., nel contesto della Giornata della salute della COP28, in cui si è discusso di come affrontare l’onere dei cambiamenti climatici per la salute e i sistemi sanitari mediante politiche e investimenti, ha effettuato una dichiarazione internazionale sul clima e la salute confermativa dei suoi positivi intendimenti.
Maroš Šefčovič, Vicepresidente esecutivo per il Green Deal europeo, le relazioni interistituzionali e le prospettive strategiche, ha dichiarato: “La crisi climatica richiede una risposta globale, in materia di salute e di tutti gli altri settori strategici. I cambiamenti climatici hanno un impatto enorme sulla salute, in particolare per le persone più vulnerabili. La dichiarazione costituisce un passo avanti verso un approccio integrato tra le strategie in materia di salute e di clima, punto fondamentale per garantire un futuro sostenibile al pianeta e ai suoi abitanti.” E, Stella Kyriakides, Commissaria per la Salute e la sicurezza alimentare, ha dichiarato: “Le conseguenze dei cambiamenti climatici sulla salute sono sempre più evidenti, nell’UE e nel mondo. L’UE è fortemente impegnata ad affrontare le minacce sanitarie poste dai cambiamenti climatici attraverso un approccio ‘One Health’ e accogliamo con favore l’impegno dei nostri partner nel mondo a favore di una responsabilità condivisa. Dobbiamo collaborare per rendere i nostri sistemi sanitari più resilienti ai cambiamenti climatici e pronti a sostenere le popolazioni più vulnerabili nell’Unione della salute e a livello mondiale.”
L’Italia non potrà stare a guardare e darà certamente il suo contributo, tornando anche in questi settori ad essere protagonista.
