
Il 2024 sarà un anno cardine nella storia contemporanea, perché le elezioni che si terranno in numerosi paesi coinvolgeranno circa 4 miliardi di elettori, metà della popolazione mondiale.
Si voterà anzitutto per l’Europa nei suoi 27 stati membri. Inoltre, nello stesso anno si voterà anche in Bangladesh, Brasile, India, Indonesia, Messico, Pakistan, Russia, Stati Uniti e in 18 paesi africani. Le prime elezioni del 2024, di importanza capitale per gli equilibri geopolitici mondiali, si svolgeranno tra pochi giorni, il 13 gennaio prossimo, a Taiwan, per le elezioni sia del Presidente della Repubblica, che del Parlamento.
L’isola di Taiwan (la Repubblica di Cina, Zhonghuà Minghuò) ha una superficie di 36.197 Kmq (una volta e mezza la nostra Lombardia) ed una popolazione, al 2022, di 23.894.000 abitanti. Dal 1949 è riconosciuta soltanto da 13 Stati ed ha un assetto costituzionale di repubblica semipresidenziale con rappresentanza monocamerale.
Si vota di norma ogni 4 anni per eleggere sia il Presidente della Repubblica che l’unica Camera dei rappresentanti.
Le elezioni del 13 gennaio prossimo rappresentano sostanzialmente un vero e proprio referendum sul tipo di rapporto che l’isola potrà avere in futuro con la Cina popolare del continente.
Tre partiti si contendono democraticamente il governo del paese:
- il DPP (Partito Democratico Progressista) di maggioranza e al governo, accreditato del 37%. Il suo nuovo candidato è il sessantaquattrenne Lai Ching-te, attuale Vicepresidente (la Presidente in carica Tsai Ing-wen, già al secondo mandato, non può ricandidarsi). Dopo 8 anni di governo (due mandati quadriennali), il DPP ha solo “ammorbidito” le sue persistenti contrarietà alla Cina popolare, evidenziate dai viaggi negli USA alla ricerca di armamenti e dall’invito fatto alla democratica americana Nancy Pelosi a recarsi nell’estate scorsa a Taiwan. Il DPP estremizza la scelta dell’elettorato sull’alternativa tra democrazia ed autoritarismo;
- il KMT (Kuomintang) che è il partito dei nazionalisti di Chiang Kai-shek che nel 1949 si rifugiarono nell’isola per sfuggire alle truppe di Mao – è accreditato nei sondaggi di più del 30 per cento dei consensi e sfida l’elettorato a scegliere tra pace e guerra. Il KMT è guidato da Hou Yu-ih, sindaco di New Taipei in aspettativa, scelto per riaprire su nuove basi le trattative con Pechino.
- Il TPP (Partito popolare), partito populista di centro, fondato recentemente nel 2019 dal medico Ko Wen-je, ex sindaco di Taipei, accreditato del 20% dai sondaggi, è la forza politica più gradita ai giovani e a quanti vogliono cercare di usare un linguaggio nuovo, difficile da trovare, per affrontare le varie situazioni. In realtà TPP è il classico terzo incomodo, che nel momento di leggera crisi del partito di governo sa di poter giocare un ruolo fondamentale come jolly per qualsiasi coalizione di governo.
Tutti e tre i partiti non intendono rinunciare alla indipendenza sostanziale di cui oggi Taiwan dispone. La divergenza programmatica tra le tre forze politiche sta nei modi e nel linguaggio usato, ma l’obiettivo dell’indipendenza sta a cuore a tutti. Ecco perché le elezioni di sabato 13 gennaio, visti gli orientamenti dell’elettorato che risultano dai sondaggi più accreditati e che non sono stravolgenti, porteranno – salvo incognite – alla elezione di un presidente del DPP, il partito di maggioranza relativa, che si troverà però a gestire un Parlamento in cui gli altri due partiti concorrenti (KMT e TPP) saranno i soli in grado di costituire un’alleanza credibile, all’insegna del cambiamento.
Punto fondamentale da analizzare è cosa potrebbe diventare la Cina se, a partire da queste elezioni, Taiwan dovesse spostarsi anche leggermente verso il suo gemello gigante del Continente. Gli equilibri geopolitici ne risentirebbero inevitabilmente. È impossibile prevedere da ora la possibile ampiezza di questo cambiamento. A partire dal 14 gennaio cercheremo di analizzare insieme se e in quale misura queste elezioni hanno iniziato il grande rivolgimento negli equilibri mondiali che si sta profilando all’orizzonte, in un’inevitabile avvicinamento verso una governance bipolare del mondo che potrebbe ridiventare la migliore garanzia del ristabilimento della pace e della sua conservazione per il futuro.
