Territorio

Una nuova terra

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Parlando di piccoli comuni e delle varie iniziative che si propongono per la loro valorizzazione ed il conseguente rilancio, non si può trascurare di parlare di agricoltura simbiotica, di quella che oggi può ben essere definita come praticamente una invenzione “visionaria” italiana.

L’attenzione del mondo fino a pochi mesi fa è stata focalizzata sulla pandemia da covid19 e lo sarà ancor più sugli effetti nefasti del rapido cambiamento climatico, per non parlare delle preoccupazioni e pericoli di varie strategie politico-militari sempre più globali. 

Parlando di inquinamento, quello mondiale è generato da vari fattori e attori: molti ne parlano, spesso senza conoscere in modo approfondito i vari aspetti e quanto valga l’uno o l’altro. L’agricoltura, fonte primaria della nostra vita e sopravvivenza, a seconda dei vari organismi ed interessi partecipa all’inquinamento con dati percentuali che variano dal 19/20 al 22/24 del tutto. È un dato impressionante anche se l’Italia può “consolarsi” nel senso che al nostro interno l’agricoltura non supera il 7 per cento, ciò a dimostrazione che abbiamo parte degli addetti che lavorano i nostri campi – che non sono certo di enormi vastità – con saggezza e visione del futuro maggiore rispetto ad altri. Molti sono piccoli agricoltori di piccoli comuni.

So che quanto si propone di introdurre nei territori dei piccoli comuni è di non facile attuazione, richiede laboriosa dedizione e che non produce risultati prima di 2/3 anni, ma gli effetti successivi ripagano ampiamente in termini economici e qualitativi. Lavorare la terra meglio, sfruttandola meno, ritengo che sia indispensabile. Lo ha chiesto a chiare note anche l’Unione Europea. Si può fare ancora qualcosa in più? Si possono ridurre gli aspetti negativi e migliorare il prodotto? La mia risposta è SI, e non sono il solo a pensarlo, anche se siamo per il momento in pochi, prevalentemente agricoltori d’avanguardia che operano per lo più in Piemonte e nelle Marche, con le strategie “Farm to Fork 2020-2030” e “Biodiversità 2030”, presentate il 21 Maggio scorso a Bruxelles, poste come punto centrale del Green Deal, accogliendo il principio che alimentazione, ambiente, salute e agricoltura sono materie strettamente connesse. 

Non basta più rimborsare l’agricoltore che ruota le sue coltivazioni o che mette un terreno a riposo, e, non è più sufficiente passare al sistema Bio, pur migliore di quello tradizionale. È ora ormai necessario seguire la “visione ” – è proprio il caso di chiamarla così – di quegli scienziati, dirigenti e politici che hanno indicato con la formula sopra indicata la via ottimale da seguire da noi Europei nel settore agricolo. Penso cioè soprattutto all’agricoltura simbiotica, cioè a quel “… processo all’interno del quale, diversi elementi come l’uomo, gli animali ed i vegetali, riescono a coesistere in un rapporto di mutua soddisfazione in ideale equilibrio biologico. Infatti, si tratta di una simbiosi all’interno della quale ogni elemento di tale processo trasferisce e riceve vantaggi e benefici…”. 

Trattamento particolare dei terreni, con raccolti migliori sia per quantità che per qualità, con miglioramento dell’alimentazione degli animali e con conseguente miglioramento dei prodotti alimentari di base. Semplificando il più possibile, anche per piccoli e diversi appezzamenti di cui è ricca la nostra terra, specie quella collinare e premontana, vuol dire bandire la maggior parte dei concimi chimici tradizionali e curare la terra con humus e adatti minerali al fine di aumentarne la fertilità e la biodiversità, migliorando le piante sia nella parte aerea che in quella delle radici (i primi esperimenti parlano di risultati enormi) con prodotti che, mangiati dai nostri animali domestici più comuni e poi dall’uomo, migliorano la flora intestinale. 

Dalle prime sperimentazioni in Piemonte e nelle Marche risulta che anche dal punto di vista commerciale l’introduzione di questa buona tecnica può dare risultati molto positivi, con larga soddisfazione dell’innato individualismo insito nel nostro DNA e ampia dimostrazione dell’eccellenza del “Made in Italy“.

La proposta di prendere iniziative di agricoltura simbiotica nei piccoli comuni si adatta perfettamente alla realtà italiana, che vede le terre abbandonate o male coltivate, espresse in milioni di ettari, concentrate prevalentemente attorno ai piccoli insediamenti. Quelle poche persone che stanno adottando questo metodo hanno ben chiaro il valore dell’agricoltura “Made in Italy” e fanno propri i concetti relativi all’ottimizzazione ambientale, alla utilità di impiegare tecnologie, elementi materiali ecocompatibili con la necessità di organizzare una propria filiera, o di inserirsi in altre che rispondano a questi criteri. Filiere che giungano alla offerta del prodotto col massimo del rispetto del riciclo degli scarti, sia organici, che inorganici. Certamente è necessario sviluppare una valida divulgazione, a livello sia italiano che europeo, ma la proposta può essere bene accolta dal mondo dell’imprenditoria agricola italiana, nel solco di una tradizione del miglioramento colturale continuamente cercato nella nostra terra da parte di molti agricoltori.

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