
Come è noto l’economia afgana è una tra le più povere del nostro pianeta con una economia sommersa di oppio e eroina che quota tra il 9% e il 14% del prodotto interno lordo di un paese che si affida per disperazione ai miliardi di aiuti internazionali per il periodo 2021-2025.
A pregiudicare il quadro, si registra l’afflusso di rimpatri provenienti soprattutto dall’Iran, con i relativi riflessi di pregiudizio economico e di sicurezza. I suoi 40 milioni di abitanti stentano a sopravvivere vivendo in una terra che vanta un reddito pro capite tra i più bassi al mondo.
Nel rapporto del Centro Astalli, (sede italiana del Jesuit Refugee Service), si legge come 6 milioni di persone siano sull’orlo della carestia e un milione di bambini rischia una grave denutrizione. La già scarsa economia soffre di una zoppia non potendo contare sul contributo delle donne. Non a caso nel 2023 oltre 28 milioni di persone, due terzi della popolazione, hanno avuto bisogno di aiuti umanitari, di cui 14,7 milioni erano carenti dell’essenziale per sopravvivere.
Dal 7 maggio 2022 i Talebani il Ministero per la promozione della virtù e la repressione del vizio, ha disposto che le donne debbano indossare l’hijab.
Ha fatto poi seguito il divieto per le donne di frequentare l’Università, di lavorare nelle
Ong, oltre che di andare semplicemente dal parrucchiere.
I diritti delle donne in Afghanistan
In Afghanistan, le donne non possono divorziare unilateralmente dai loro mariti, ma possono farlo con il consenso del marito, compreso il mortificante test di verginità anche nell’ambito dei procedimenti penali. Le donne non possono uscire dalla propria abitazione se non accompagnate da un parente maschio ed è preclusa loro la possibilità di andare al lavoro e di avere accesso all’istruzione secondaria.
In questi anni sono piovuti addosso alle donne decine di editti repressivi tra cui il divieto di utilizzare le palestre, di entrare nei parchi, nei bagni pubblici, circoli sportivi e parchi di divertimento e quello di far sentire in pubblico la propria voce.
Come non bastasse, per loro è inibito cantare, recitare e parlare con toni alti al di fuori delle proprie mura domestiche. Per concludere, i talebani inizieranno a lapidare a morte in pubblico le donne accusate di adulterio, reintroducendo anche la fustigazione pubblica. Tutto questo sembra non essere sufficiente. Se si fosse ben compreso al gentil sesso è ora impedito anche di tessere tappeti.
Occorre mettere definitivamente al tappeto il sesso debole, consentirne al massimo un movimento minimo di carne spenta, a cui si lascia una vita priva di anima, evitare che possano tirare fili in cui il potere possa restare impigliato in una possibile ragnatela. Occorre mettere un tappo ad ogni ambizione di respiro che possa tramare con altri respiri e costruire una torre di libertà.
Sotto al tappeto i sogni di una esistenza normale
Occorre mettere sotto al tappeto i sogni di una esistenza normale dove la mente abbia solo maniera di riuscire a concentrarsi sul “non pensare” e neanche belare o muggire, ancor meno nitrire.
Da quelle parti non c’è un tappeto di Aladin che incrocia il cielo e porta lì dove si vuole, veloce al punto di bruciare sul tempo persino i sogni. Facesse comparsa, verrebbe impallinato dai colpi dei Talebani che studiano e cercano ogni giorno il modo di una nuova privazione da infliggere a quelle che già sono delle morte viventi.
I tappeti hanno tinte vivaci, possono eccitare la fantasia di chi li manifattura, richiedono nodi che possono ricordare le frustrazioni patite e il desiderio di riscatto.
Stupisce l’altra parte della medaglia. Gli uomini da quelle parti dovrebbero accusare una noia insopportabile e una rinuncia alla vista. Al loro cospetto si parano vesti scure che non lasciano trasparire nulla di chi le indossa, così che non ci si perda neanche in un esercizio di intuizione. Nelle loro mura sono le stesse zombie a muoversi senza concedere la possibilità o la voglia di un sorriso. Il sesso riesce meglio agli animali al pascolo o nelle stalle. Il dominio degli uomini barbuti è assicurato ma c’è poco da rallegrarsi.
È una società senza suoni, se non per il pianto dei bambini che per mangiare sono costretti a lavorare, ad entrare nelle bande armate o a vendersi sessualmente. Il carattere orgoglioso di quel paese si fronteggia adesso in un curioso testa a testa con la gioia della esistenza.
Il gusto del creato e dell’essere creati spunta le sue armi contro quel popolo che schiva ogni colpo di felicità e si oppone ad ogni contentezza, trincerandosi fieramente in una tristezza senza fondo e priva di scrupoli. Da quelle parti la morte stessa passa alla larga. L’aria è così ferma che anche la soddisfazione di contare i suoi straripanti successi l’avvilisce. Non ha nulla che le si metta in contrapposizione, non un mozzicone di vita che la contrasti.
“Chi dice donna dice danno” ma in Afghanistan esserlo è piuttosto una dannazione. Quello è un mondo avanzato che grettamente non comprendiamo. Non mancherà molto che finirà la pacchia sul nostro globo. Chi prima saprà adattarsi alla sofferenza avrà il sopravvento sugli stupidi che invece gemeranno. Le donne, lì, la sanno lunga.
