
di S. Pucci
Ho avuto l’onore di conoscere molti rappresentanti di diverse magistrature, alcuni sono stati miei maestri, altri amici, altri ancora parenti; tutti mi hanno sempre parlato del peso che gravava su di loro. Non v’è giudice, di qualunque settore, ordine e grado, che non soffra quanto decide; e senza ombra di dubbio il peso maggiore grava su coloro che operano nel settore penale, i quali, “giudicanti” o “requirenti” che siano, costituiscono come entità unica e unitaria il “corpus” della magistratura penale; tanto gli uni, i giudici, quando assumono decisioni, quanto gli altri, i pubblici ministeri, sia quando svolgono indagini dirigendo le attività della polizia giudiziaria, sia quando archiviano o esercitano l’azione penale, sia quando sostengono l’accusa in giudizio, soffrono.
Tutti, il 27 marzo scorso, incredibili dictu, contro la proposta di legge del governo sulla “separazione delle carriere”, hanno scioperato mostrando in bella mostra una copia della nostra Costituzione che ciascuno di loro teneva fermamente in mano.
L’articolo della Costituzione più invocato da loro è stato il 111, che recita: “La giurisdizione si attua mediante il giusto processo regolato dalla legge. Ogni processo si svolge nel contraddittorio tra le parti, in condizioni di parità, davanti a giudice terzo e imparziale. La legge ne assicura la ragionevole durata.“
Guarda caso è lo stesso articolo cui si rifà anche chi ha proposto la legge o se ne dichiara favorevole. Questi ultimi sostengono che l’attuale processo penale non sia, né giusto, né paritario, da un canto, per lo stretto legame che unisce i giudicanti e requirenti, dall’altro, per i molteplici episodi che hanno visto la politica essere messa sotto accusa ed esposta al pubblico ludibrio a prescindere dalla fondatezza delle accuse e dall’esito dei processi, dall’altro ancora, per il caso Palamara, che ha confermato l’esistenza di accordi sottobanco per l’assegnazione degli incarichi ai magistrati, direttivi o non, sulla base più dell’appartenenza ad una certa corrente sindacale, che dei meriti.
Ergo, ritengono che l’attuale sistema vada riformato, sia con la separazione delle carriere, che con la riforma del CSM.
Orbene, che la giustizia – non solo penale, ma anche civile, amministrativa e tributaria – sia in crisi non è un mistero; e che il pensiero degli italiani – non tanto sui magistrati, quanto sul funzionamento della giustizia – sia negativo, è noto a tutti; la realtà è che chiunque incappi nelle maglie della giustizia, di qualsiasi tipo sia, che abbia torto o ragione, non ne esce senza ferite; questi sarà costretto ad affrontare un lunghissimo processo, e, anche se gli andasse bene, subirà comunque un grave stress emotivo e un consistente salasso economico. Ma ciò che è peggio risiede nell’inciso “che abbia torto o ragione”. che vale a dire che non è detto che chi ha ragione sempre prevale, né chi ha torto sempre soccombe. È storia nota. Ne consegue che la sfiducia, nei confronti dell’intero sistema, allo stato, regna sovrana.
Ma tornando agli argomenti del giorno, la proposta di legge, non si può tacere che il punto nodale del contrasto, al di là del tema della separazione delle carriere, riguarda la riforma del CSM e la conseguente perdita di potere che ne conseguirebbe per le correnti sindacali che attualmente dettano legge nella magistratura.
Sino a qualche giorno fa magistrati e avvocati lamentavano di non essere stati consultati. Poi, il 5 marzo scorso, il Governo (in persona della premier Giorgia Meloni, del ministro della Giustizia Carlo Nordio e del sottosegretario alla presidenza del consiglio Alfredo Mantovano) a tentare di smentirli incontrando, separatamente, i rappresentanti dell’Unione Camere Penali (UCM) e dell’Associazione Nazionale Magistrati (ANM).
Nel corso degli incontri, anche se l’ANM, da un lato, ha confermato la sua opposizione alla riforma, e, il Governo e l’UCP, dall’altro, hanno insistito sulla ineluttabilità della stessa, si è profilata la possibilità di un affievolimento della contrapposizione, grazie alla disponibilità al dialogo dichiarata dal Governo, e, alla possibilità che – ferma restando la suddivisione in due dell’attuale CSM (un CSM per i giudicanti e un CSM per i requirenti), per quanto concerne l’elezione dei suoi membri si passi dal “sorteggio secco” tra tutti i circa 7.000 magistrati in servizio, a un “sorteggio temperato”; e, per quanto riguarda i membri laici, a un sorteggio effettuato tra una platea di più nomi già selezionati dal Parlamento a camere riunite.
L’ANM, pur rimanendo divisa tra le sue correnti, ha fatto trapelare che potrebbe accettare il compromesso del sorteggio temperato. Secondo Giorgio Spangher, già membro del CSM, l’ANM dovrà scegliere tra accettare il compromesso o rischiare di perdere la battaglia sulla separazione dei CSM. Le correnti della magistratura, in particolare, hanno eccepito che la sorte, nell’ipotesi di un “sorteggio secco” puro e semplice, potrebbe finire con il favorire determinate correnti e non rappresentare adeguatamente la geografia territoriale. Il rischio è che la sorte potrebbe dar luogo a brutti scherzi. Alias, alla elezione di membri tutti di una stessa corrente.
Allo stato sembra che l’ANM, pur essendo in linea di principio contraria ad ogni tipo di sorteggio, potrebbe accettare una soluzione temperata per evitare di perdere totalmente la sua influenza.
In concreto, qualche corrente, leggasi Magistratura Indipendente, potrebbe accettare il compromesso, mentre qualche altra, leggasi Area, resterebbe totalmente contraria.
Il dibattito proseguirà l’8 marzo, quando il “parlamentino” dell’ANM deciderà se aprire o meno a questa proposta. Nell’occasione, vista la coincidenza con la festa della donna, sarebbe potuto essere risolto anche l’aspetto collaterale, molto in voga, delle quote rosa, se non fosse sopraggiunta come un fulmine a ciel sereno la sentenza della Suprema Corte sul caso Diciotti che ha condannato lo Stato a risarcire i danni (ancora da quantificare) agli immigrati “trattenuti”.
La premier è andata su tutte le furie e la Presidente della Corte di Cassazione ha replicato con analogo vigore. In sintesi ancora una volta sono corse parole di fuoco che non giovano ad una soluzione ragionata del problema giustizia.
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