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L’Europa, il Pd e l’arte dell’astenisonismo

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Quando si tratta di prendere posizione la politica italiana sa sempre come cavarsela. Se la metti all’angolo, ricorre ad espediente assai più raffinato di un compromesso dove comunque devi lasciare un pezzo di te da qualche parte insieme a quello di un altro.

Il voto in Europa sia sul riarmo che sul sostegno a Kiev ha sbaragliato maggioranza ed opposizione mischiando le carte fino a scolorire il biglietto da visita di ciascuno. Poco importa, perché sono in pochi quelli che lo conservano in tasca ormai con attenzione. 

Il fatto lascia strascichi dolorosi più a sinistra che a destra. Chi è in sella, comunque ci resta perché il potere fa da adesivo ad una monta sia pure per qualche tratto incerta. Chi desidera disarcionare l’avversario ha il dovere di far massa in un punto altrimenti fallirà nel risultato.

La risoluzione sul libro bianco e sul piano di riarmo della Von Der Leyen ha spaccato il PD, metà del partito ha votato a favore e l’altra parte si è astenuta.  Si chiamano i distinguo sui piani di riarmo dei singoli Stati e quello di difesa europea ma la lacerazione all’interno del partito è netta. Non proprio quisquile. Quando si gioca a braccio di ferro con se stessi, la situazione è grave e ridicola all’un tempo. 

Sull’altro fronte, per l’impegno alla difesa Fratelli d’Italia e Forza Italia votano a favore e la Lega contro. Quanto al sostegno all’Ucraina, Fratelli d’Italia si astiene, Forza Italia vota a favore e la Lega contro.

Siamo ai soliti precari equilibrismi della politica che tenta di tenersi in bilico per come possibile rispetto alle circostanze impegnative dove emerge se siamo di fronte a “classe” o “acqua”. Non siamo di fronte ad un carro che trascina la politica fuori dalle secche ma a scelte per mantenersi su una linea di sopravvivenza accettabile.

In democrazia, il popolo elegge chi è demandato a rappresentarlo nelle sedi istituzionali perché studi le questioni e voti in un senso o nell’altro, in aderenza all’identità del partito cui si appartiene.

L’astensionismo è quel diavoletto tentatore che ti tira fuori dai guai appena l’aria si fa torbida se proprio non ce la fai da solo a cavartela per uscire dagli impicci. Si astiene il cittadino dal voto e la politica non è da meno. Forse essere astemi e non bere di questi calici potrebbe essere d’istinto la cosa da fare. 

Eppure, la regola de seguire resta sempre quella di scegliere la strada più difficile quando si è davanti ad un bivio. Al contrario, chi desiste dalla lotta, insegna Albertone nazionale, corre il rischio di essere tacciato come figlio di madre incerta. 

Può essere forse di maggiore comodità affidarsi a dove tira il vento o restare placidamente interdetti nel “io vorrei, non vorrei, ma se vuoi”, in attesa che una maggioranza a cui sei estraneo abbia dato un indirizzo a cui accodarti. E’ il triste reiterarsi di un “non capisco ma mi adeguo” a ciò che sarà determinato da altri.

C’è troppo di frequente in politica il vizio di una perenne sera dei miracoli a cui prestare attenzione, dove qualcuno con la bocca e l’astensionismo fa a pezzi una votazione. 

Nel brodo della incertezza e della crisi di pensiero di una linea politica che ti renda riconoscibile, sembra ci si aggrappi a quella giustificazione del personaggio di un Carosello che pubblicizzando un marca di brodo, alla contestazione che gli veniva mossa per aver infranto una regola del Codice Stradale, rispondeva candidamente ”Mi non so, son forastiero”!

C’è una bandiera che si alza con troppa sufficienza e che segna la resa delle responsabilità di una scelta da fare. Non farla, all’incasso dà una resa di poco, illusoria, che porta al fallimento.

Tra PD e il PFUI di Eta Beta, di quando faceva spallucce, il passo è breve.

“Voglio di più, Di quello che vedi, Voglio di più, Di questi anni amari, Sai che non striscerò, Per farmi valere, Vivrò così, Cercando un senso anche per te”. Così canta l’Europa ai Paesi ed ai Partiti che la compongono, in attesa che anche il PD risponda. 

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