
Amnesty international ha pubblicato il suo rapporto annuale sulla pena di morte, rivelando che nel 2024 il numero di esecuzioni globali ha raggiunto il livello più alto dal 2015, con oltre 1500 persone messe a morte in 15 paesi. Il dato non include le esecuzioni in paesi come la Cina, la Corea del Nord e il Vietnam, dove la pena capitale è ampiamente praticata ma non viene resa pubblica. Iran, Iraq e Arabia Saudita sono stati responsabili di oltre il 90% delle esecuzioni documentate, con un aumento significativo soprattutto in Iraq e Arabia Saudita.
Nonostante questo, il numero di paesi che hanno eseguito condanne a morte è stato il più basso mai registrato, con soli 15 stati, indicando una crescente tendenza globale verso l’abolizione della pena capitale. Oggi, 113 paesi hanno abolito la pena di morte. Tuttavia, alcuni paesi, come gli Stati Uniti, continuano a utilizzarla, spesso come strumento di repressione contro dissidenti e minoranze politiche.
Nel 2024, oltre il 40% delle esecuzioni ha riguardato reati legati alla droga, nonostante tali crimini non soddisfino i criteri internazionali di “reati più gravi” per la pena di morte. Amnesty ha anche evidenziato come la pena di morte venga utilizzata per reprimere la libertà di espressione, specialmente in paesi come l’Iran e l’Arabia Saudita.
Tuttavia, ci sono segnali positivi: lo Zimbabwe ha abolito la pena di morte per i reati comuni e più di due terzi degli stati membri delle Nazioni Unite hanno votato a favore di una moratoria globale. La mobilitazione internazionale ha portato anche a successi come la commutazione della condanna di Rocky Myers negli Stati Uniti, dimostrando che la lotta contro la pena di morte continua a fare progressi.
