
Il giorno della Domenica delle Palme, in Ucraina, una città ha deciso di passare alla ribalta della cronaca pur pagando un prezzo decisamente salato. In un suo quartiere si contano 34 vittime, fra cui due bambini e 117 i feriti. Per provocare un po’ di maggiore attenzione ci hanno pensato gli uomini di Putin a fare un po’ di can can ad alzare le gonne ad una guerra sempre troppo uguale a se stessa.
Due missili sono atterrati da quella parte e sono riusciti a far parlare della loro impresa. Hanno volato quasi in coppia, forse soffrendo di solitudine o forse perché ciascuno voleva dimostrare all’altro di essere più forte e capace. Hanno fatto ingresso, non come Gesù entrando a Gerusalemme a cavallo di un asino, solcando il cielo di Sumy e brillando della loro forza, non ricevendo festa ma facendo la festa a quelli del posto. E’ stata loro la palma della vittoria.
Quei due ordigni hanno avuto il comando di mettere ordine tra vincitori e vinti facendo chiarezza tra chi fossero i primi e chi invece i secondi. Si saranno ispirati alla lotta del Sumo dove strattonandosi bisogna buttare fuori dal ring l’avversario. Hanno strattonato lo spazio aereo che provava a respingerli e hanno fatto centro.
In giapponese “sumi” indica l’“inchiostro nero”. Incuranti di questa indicazione, hanno coperto di rosso sangue la scena, innovando al codice della tinta d’origine.
Sumy, a suo tempo, è una città eretta dagli antichi Cosacchi che altro non erano se non dei vagabondi che cercavano una terra di salvezza per scappare dai loro inseguitori che ne minacciavano la vita. C’è stato in questi giorni chi ha vagabondato per strada e con il cuore sull’asfalto per tentare di capire come sia stato possibile quel fiume di morte.
C’è stata una strage, si è detto per errore. L’accertamento della causa ha coperto lo spettacolo dei cadaveri subito passati in secondo piano. Sul vocabolario si legge come la strage corrisponda ad una uccisione violenta di “parecchie” persone insieme.
E’ una definizione che rimanda ad un calcolo di quantità terribilmente soggettivo, affidato al giudizio ed al metro del singolo. C’è dunque anche chi potrebbe obiettare che si sta facendo tanto rumore per nulla e che, essendoci una guerra in corso, non è altro che uno dei mille episodi di un conflitto.
Strano modo di leggere le cose. E’ uno stratagemma dialettico di difesa o la cruda realtà dei fatti. “Stra” deriva dal latino extra. Si usa quando si è andati fuori e oltre una normale misura.
Al pari della qualità di un pregiato whiskey stravecchio, i due missili hanno fatto un lavoro con i fiocchi, stracarichi com’erano di esplosivo distribuito in un rigoglioso grappolo di annientamento. Sembra che i tecnici le chiamino bombe a frammentazione, idonee a rompere la speranza di chi ambisce a salvarsi, rotte al vizio di spianare la vita lì dove trovano approdo. Ne arriva prima una. Poi, all’arrivo dei soccorsi, colpisce la seconda, facendo secchi i volontari che volevano dare una mano ai moribondi.
Hanno sterminato un po’ di innocenti, cacciando fuori dai confini dell’abitato la civiltà umana. Gli USA hanno commentato che così facendo si è andato oltre i limiti della decenza.
Quest’ultima è una parola pericolosa che ognuno può aggiustarsi con il metro che crede. Peggio ancora, corre il rischio di rimandare ad un senso di convenienza che a sua volta ha l’arido sapore di un guadagno da portare a casa o meno. E’ sconveniente fare questo o quello e si va avanti così tra un commento e l’altro.
Nella circostanza, considerando il livello degli esecutori dell’azione bellica messa in campo, più esatto sarebbe parlare di un luogo o di un gabinetto decenza. Insomma, una latrina a cui rivolgere lo sguardo.
Per ogni cosa c’è un giustificativo pronto all’uso. Da principio, si è detto, che si sarebbe trattato di un errore. I missili hanno errato dove non dovevano, andati in ipotesi fuori rotta, o è stato invece un errore aver individuato a monte quell’obiettivo da colpire. “Non è uomo sì savio che non pigli qualche volta degli errori” e può chiudersi così la faccenda insieme alle bare dei morti ora sotto terra. Si sarebbe dunque trattato di uno sbaglio, di un abbaglio che ha accecato la mano militare.
Anche a Gaza non è andata meglio. Gli Israeliani hanno fatto fuori personale paramedico e soccorritori appartenenti alla Mezzaluna rossa e Protezione civile togliendone di mezzo una quindicina. Sarà perché ingombravano il traffico o perché non è stato apprezzato il loro lavoro o sospettati di essere di Hamas.
Gli hanno sparato in testa o al petto e ci è andato di mezzo anche un funzionario delle Nazioni Unite. Ora l’indagine dell’esercito sull’accaduto non interessa più nessuno. Andava fatta prima dell’eccidio per verificare l’esatta identità delle vittime. Il prima e il dopo in guerra sono destinati a confondersi pericolosamente.
Pasqua pare che derivi dal verbo pāsaḥ e indica sia lo zoppicare, un procedere in modo claudicante ed anche quello opposto, di disporre di improvvise energie, quindi di saltare, di essere capaci di passar oltre qualcosa. In origine segnava la liberazione degli Ebrei dall’Egitto.
Occorsero un po’ di piaghe per convincere il Faraone a liberarsi di quegli schiavi maledetti che avevano segnato con il sangue di un agnello gli stipiti delle porte di casa per evitare la morte del proprio primogenito per mano di Dio.
A Sumy non si è perso tempo con tante sofisticherie ed è andata in onda una versione rivisitazione del racconto biblico. Dal cielo è arrivata la punizione per un popolo che non sente ragioni e il sangue non è stato di bestie ma di gente ignara delle proprie colpe.
La guerra è una Pasqua continua. Incespicano etica e morale, ci si passa sopra in vista della vittoria. Gesù la sapeva lunga. Ha fatto ingresso a Gerusalemme andando incontro al suo massacro per mano d’altri. Ha incespicato lungo la Via Crucis, e risorgendo ha saltato il fermo della morte. Ha fatto storia. Gli uomini d’oggi, leggendo evidentemente una versione sbagliata, credono forse di essersi ispirati a Lui. Sono entrati in casa d’altri a dorso d’armi cancellando dal calendario, chissà per quanto, la data di un ritorno a casa.
