Società

L’intervista a Nasrin Sotoudeh: la resistenza delle donne in Iran

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Il 25 aprile, nel giorno in cui l’Italia fa memoria della resistenza e della liberazione dal nazifascismo, Simona Musco ha pubblicato su IL DUBBIO un’intervista all’avvocata iraniana simbolo della lotta per i diritti umani, Nasrin Sotoudeh, che le ha raccontato la resistenza attiva che le donne iraniane combattono ogni giorno nel loro Paese, e le ha parlato del costo personale e collettivo che le donne pagano contro il regime repressivo iraniano: «Quando qualcuno inizia a lottare, deve scegliere tra due dolori. Uno è vedere le nostre giovani figlie molestate ogni giorno per strada e tacere … l’altro è parlare e accettare il rischio di essere arrestati. Io ho scelto la seconda opzione», parole sue. Ovvero di non subire le ingiustizie, ma combatterle di persona. Parlare e lottare, pur sapendo di poter finire in carcere in qualsiasi momento.

A partire dal rifiuto del “velo obbligatorio”, primo strumento di controllo sul corpo delle donne e simbolo della negazione della libertà. Dopo decenni di discriminazioni, le donne hanno deciso di ripartire da lì, rifiutando questa imposizione come gesto di resistenza. Il movimento esploso dopo la morte di “Mahsa Amini” nel 2022 ha coinvolto l’intera società, incluso un numero crescente di uomini e oltre 170 avvocati, molti dei quali sono stati incarcerati o perseguitati solo per aver difeso le donne coinvolte nelle proteste.

Sotoudeh nella sua intervista ha sottolineato come la professione legale in Iran sia profondamente legata alla lotta per i diritti civili e per questo contrastata dalla dittatura; tant’è che molti avvocati, come “Mohammad Najafi” e “Mohammad Reza Farhi”, stiano pagando con la prigione il loro impegno; e lei stessa abbia una condanna pendente di sei anni e mezzo. Ha spiegato come la giustizia iraniana non solo applichi leggi oppressive, ma violi anche i diritti fondamentali della persona, contrastando in ogni modo la professionale legale in favore di ogni dissenziente. E ha parlato anche della sua famiglia, divenuta bersaglio diretto della repressione: suo marito, Reza Khandan, è stato arrestato per aver creato una spilla con la scritta “Mi oppongo al velo obbligatorio”, come ritorsione contro la loro opposizione a una nuova legge ancora più dura sul velo. La condanna, risalente a sei anni prima e ormai chiusa, è stata riattivata per colpirlo proprio nel momento in cui il Parlamento discuteva la legge.

Sotoudeh, riflettendo sul perché il regime tema tanto le donne, ha ricordato che la Repubblica Islamica è nata con una forte impronta misogina, cancellando le poche leggi che tutelavano i diritti femminili e sostituendole con norme umilianti. Il regime sa che le donne sono il motore della libertà e teme la loro forza. Le donne iraniane, nonostante le persecuzioni, non si sono mai arrese. Per Sotoudeh, la loro lotta rappresenta la chiave per liberare l’intera società iraniana.

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