Esteri

L’uso strategico della privazione alimentare nel conflitto Israelo-Palestinese

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Boyd van Dijk, docente all’Università di Oxford e autore di Prepararsi alla guerra: la nascita delle Convenzioni di Ginevra, ha recentemente analizzato in modo critico l’impiego del blocco totale da parte di Israele nella Striscia di Gaza. In un suo articolo, van Dijk sottolinea come tale strategia abbia ostacolato l’afflusso di beni essenziali come cibo e medicine, trasformando la fame in uno strumento di pressione bellica contro Hamas, con gravi implicazioni sul piano del diritto internazionale.

Nel testo vengono riportate dichiarazioni di esponenti del governo israeliano che hanno apertamente sostenuto l’interruzione degli aiuti umanitari, con l’obiettivo dichiarato di rendere la vita nella regione insostenibile per la popolazione civile.

La Corte Internazionale di Giustizia (CIG) sta attualmente valutando la legittimità del blocco imposto all’UNRWA, mentre la Corte Penale Internazionale (CPI) ha emesso mandati di arresto contro leader israeliani, incluso il Primo Ministro Benjamin Netanyahu, accusati di aver orchestrato una politica di carestia, configurabile come crimine di guerra.

Van Dijk richiama l’attenzione sullo Statuto di Roma, che riconosce espressamente l’”uso intenzionale della fame nei confronti dei civili come metodo di guerra”. Il procuratore della CPI, Karim Khan, accusa Netanyahu e l’ex Ministro della Difesa Yoav Gallant di aver violato tale norma.

Van Dijk ha evidenziato le devastanti conseguenze del blocco: la maggioranza della popolazione di Gaza è colpita da grave insicurezza alimentare, mentre infrastrutture vitali come i panifici sono stati chiusi. Tuttavia, la CPI si trova ad affrontare ostacoli significativi, tra cui l’assenza di precedenti nel perseguire leader di paesi occidentali e forti opposizioni politiche, in particolare dagli Stati Uniti.

Secondo Van Dijk, questi eventi s’inseriscono in un contesto storico più ampio, mostrando come l’uso della fame come arma sia stato impiegato anche in conflitti passati, nonostante i divieti introdotti dopo la Seconda Guerra Mondiale. Esempi ne sono il blocco navale britannico nella Prima Guerra Mondiale e le strategie di privazione alimentare nella Seconda.

Le Convenzioni di Ginevra hanno cercato di regolamentare l’accesso umanitario, ma con eccezioni che spesso hanno permesso di giustificare indirettamente le morti civili. Solo negli anni ’70 si è assistito a un tentativo più deciso di stigmatizzare queste tattiche, culminato nell’inclusione della fame tra i crimini di guerra riconosciuti dallo Statuto di Roma, inizialmente limitato ai conflitti tra Stati.

Secondo van Dijk, il caso della CPI contro Israele rappresenta una potenziale svolta storica: le dichiarazioni pubbliche dei leader israeliani offrono una prova di intenti rara e diretta. Tuttavia, questo solleva interrogativi sul peso della retorica rispetto agli esiti effettivi delle politiche adottate.

In conclusione, van Dijk suggerisce che, nonostante le difficoltà, l’iniziativa della CPI potrebbe costituire un precedente giuridico fondamentale, ridefinendo i limiti accettabili della condotta bellica e obbligando gli Stati a confrontarsi con norme internazionali che finora hanno considerato inapplicabili. La reazione della comunità internazionale sarà determinante per il futuro del diritto umanitario e per la protezione dei civili nei conflitti armati.

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