
Talvolta quando si dice “un nome e un programma” si dice il vero. L’Eurovision Song Contest ha dato subito adito a contestazioni che non possono essere sottaciute dalla ipocrisia del tutto va bene, basta che si canti.
Oggetto di contumelie è stata la cantante israeliana Yuval Raphael che, nel mentre sfilava sul carro degli artisti, è stata insultata da un manifestante che ha fatto al gesto di tagliarle la gola in segno di rabbia per quanto accade a Gaza e dintorni.
A Yuval questi eventi non portano fortuna. Il 7 ottobre 2023 era tra le vittime della strage di Hamas al Nova Festival riuscendosi a salvare solo perché si finse morta.
Parrebbe che il nome Yuval significhi “ruscello” o “fiume” od anche “ariete”. La nostra artista forse è brava a farsi scorrere come l’acqua ogni dolore di dosso o ha la testa dura così da andare avanti malgrado le peripezie. Ha a che fare con Iubal che nella Bibbia è descritto come colui che ha fondato la musica. In questi termini sembra che il cerchio possa chiudersi perfettamente.
L’episodio dice che non si è trattata di una anonima gola profonda che ha mosso le sue minacce alla cantante ma al contrario di un segno evidente di qualcuno che ha inteso volerla sgozzare perché gli è rimasta nel gozzo la politica del governo di Israele.
È questione di rabbia, di stomaco e di gola. “Guardo al futuro, a un tempo in cui l’uomo progredirà verso qualcosa di più degno e più alto del suo stomaco, quando ci sarà una motivazione più sottile che spinga gli uomini all’azione che quella di oggi, lo stomaco. Mantengo la mia convinzione della nobiltà e dell’eccellenza del genere umano. Credo che la dolcezza spirituale e l’altruismo avranno la meglio sulla grossolanità della gola”. Così diceva vanamente Jack London ma le sue parole sono a tutt’oggi inascoltate.
Tutto questo è accaduto giorni fa a Basilea e di nuovo sembrano esserci richiami ad una sorta di predestinazione. La città è conosciuta come la Capitale europea della Cultura ed è anche nota per l’Elite di Basilea, un’alta società di cui si fa vanto. È anche il luogo di grandi agitazioni e contrasti sulla sua terra si è tenuto il Concilio di Basile che diede origine all’antipapa Felice V.
A Yuval hanno anche sputato addosso. È un antico vizio degli uomini, “l’altro dietro a lui parlando sputa” ci dice il poeta e sarebbe forse da rassegnarci.
Siamo di nuovo nell’ambiguità delle interpretazioni della origine delle cose. Cantare sta per il verso di gridare o lamentarsi o anche raccontare qualcosa celebrandole. Indugiamo tra una versione negativa o positiva del fatto.
A Yuval gliene hanno cantate delle belle e le hanno suggerito di andare comunque avanti in omaggio ad un “canta che ti passa” che è la formula per tirare avanti nella vita. D’altro canto, pur avendo vietato al manifestante di essere presente nei giorni a seguire all’evento, resta il silenzio degli altri artisti. Qua, purtroppo, siamo nella crudezza dei fatti e non ci sono da cantare l’armi pietose e nemmeno il regno dove l’umano spirito si purga.
Peggio ancora, Nemo, lo svizzero campione uscente dell’Eurovision, insieme ad altri 70 artisti ha chiesto l’esclusione di Israele dall’incontro culturale in questione, per fortuna non avendo esito. Sarà andato in giro a dire che Nemo profeta in patria o qualcosa del genere.
La realtà ha fatto in modo che l’arte non abbia reso capaci i suoi interpreti di andare verso una riva più nobile del chiedere la testa ad una collega che già ne ha passate di tutti i colori. C’è un difetto di umanità verso la persona che è la stessa terribile carenza di cuore di quanto Netanyahu sta facendo ora in guerra in Palestina.
Non soccorrono purtroppo i versi di W.H Auden “Oh, rimani, rimani alla finestra, Mentre cocenti lacrime affiorano; Amerai il prossimo tuo deforme, Col tuo deforme cuore”.
“Finché c’è guerra c’è speranza” è il titolo di un film a cui tutti ormai si sono felicemente accomodati alla visione, anche in Eurovision.
