Esteri

Il linguaggio cambia, la realtà resta: l’illusione di una svolta a Gaza

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Dopo un anno e mezzo di guerra a Gaza, la retorica dei leader occidentali è cambiata: ora parlano di azioni “immorali” e “sproporzionate” da parte di Israele. Tuttavia, sul campo non è cambiato nulla. Le uccisioni proseguono e il piano di sfollamento e insediamento dichiarato da Israele si realizza ogni giorno. Le nuove dichiarazioni non bastano: per troppo tempo la narrativa dominante ha giustificato la violenza come autodifesa.

Oggi si ammette finalmente che è in corso una pulizia etnica, ma le istituzioni internazionali non riescono a tradurre questa consapevolezza in azioni. La macchina della guerra continua, protetta da un’impunità costruita nel tempo. Le vittime diventano colpevoli, gli operatori umanitari sono accusati di faziosità, l’esercito israeliano continua a essere lodato.

Il cambiamento di tono dei leader europei non frena Israele, anzi lo rafforza nella sua narrazione di isolamento e incomprensione. La questione palestinese è diventata centrale nel dibattito politico, ma le vite non si salvano con le parole.

Si assiste ogni giorno alla fame imposta, alla morte di civili e bambini, alla creazione di un ghetto sotto assedio. Eppure, la reazione internazionale resta debole e inadeguata. Netanyahu accusa chi lo critica di stare con Hamas, mentre la comunità internazionale risponde solo con dichiarazioni.

Servirebbero sanzioni, un embargo, il rispetto delle decisioni della Corte penale internazionale. Ma a prevalere sono la paura e il calcolo politico. L’UE, che ha forti legami economici con Israele, potrebbe agire, ma non lo fa.

Anche se si intervenisse ora, sarebbe troppo tardi. Tuttavia, continuare a non agire significa accettare un futuro segnato da complicità e disumanità.

I palestinesi stanno pagando il prezzo più alto. Ma la complicità e la viltà politica stanno infettando anche il resto del mondo, che osserva, commenta, e lascia morire.

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