
Un nuovo studio rivela che la rimilitarizzazione della NATO potrebbe generare fino a 200 milioni di tonnellate di emissioni di CO₂ all’anno, compromettendo gravemente gli obiettivi climatici mondiali. Gli esperti avvertono che l’aumento delle spese militari sottrae risorse e attenzione alla lotta contro il cambiamento climatico. La NATO è stata scelta come caso di studio per la maggiore disponibilità di dati, ma il fenomeno riguarda tutte le potenze militari.
Dal 2020, i membri dell’Unione Europea hanno aumentato in modo significativo i fondi per la difesa, con piani come “ReArm Europe” che potrebbero spingere la spesa dal 1,5% al 3,5% del PIL. Attualmente, le emissioni legate alle attività militari rappresentano già il 5,5% del totale globale. Il legame tra conflitti e crisi climatica è sempre più evidente: dallo scioglimento dei ghiacci nell’Artico alle tensioni nel Darfur, la competizione per risorse scarse peggiora con l’innalzarsi delle temperature.
Le forze armate sono tra i settori statali più inquinanti, sia per l’uso intensivo di materiali come acciaio e alluminio, sia per il consumo massiccio di combustibili fossili. Secondo le stime, l’aumento della spesa militare potrebbe comportare costi sociali pari a 264 miliardi di dollari all’anno.
Inoltre, le spese belliche stanno erodendo i fondi per la cooperazione internazionale sul clima: il Regno Unito ha ridotto gli aiuti esteri per finanziare le proprie forze armate, una scelta replicata da Belgio, Francia e Olanda. Questa tendenza mina anche la fiducia tra i paesi, soprattutto nel Sud del mondo, che denunciano l’ipocrisia delle nazioni ricche, pronte a investire nella guerra ma restie a finanziare la giustizia climatica.
Gli autori dello studio lanciano un allarme: la sicurezza a breve termine garantita dalla corsa agli armamenti sta mettendo seriamente a rischio la sopravvivenza climatica globale.
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