
In Afghanistan, la condizione femminile è precipitata in una spirale di brutalità e repressione sotto il dominio dei Talebani. Le donne sono state sistematicamente estromesse dalla vita pubblica, escluse dal lavoro, dall’istruzione e persino dai luoghi di culto. I divieti imposti comprendono l’accesso alle scuole oltre la sesta classe, l’impossibilità di lavorare in ONG o agenzie ONU e l’obbligo costante di essere accompagnate da un tutore maschio. A queste restrizioni si sommano episodi di violenza agghiaccianti: femminicidi, matrimoni forzati, punizioni corporali e rapimenti che raramente trovano giustizia.
Anche le operatrici umanitarie internazionali sono bersagliate, costrette a lavorare da remoto o licenziate. Le organizzazioni locali e i movimenti femministi denunciano una misoginia radicata nelle istituzioni talebane, che impedisce ogni forma di emancipazione intellettuale e sociale. Il divieto di educazione ha portato alla marginalizzazione di oltre un milione di ragazze e ha contribuito al peggioramento della crisi economica e sanitaria, con gravi conseguenze sulla mortalità materna.
La soppressione delle libertà è stata giustificata attraverso decreti religiosi e applicata da migliaia di ispettori, che impongono un “codice morale” oppressivo. Le giornaliste sono state silenziate e le radio chiuse. Il tasso di occupazione femminile è crollato, e le donne sono sempre più relegate a una vita di isolamento e paura. Le reazioni internazionali non sono mancate, ma restano insufficienti a fermare la deriva.
L’ONU e diversi Paesi hanno chiesto negoziati e minacciano azioni legali. Tuttavia, finché non si agirà con decisione, il regime talebano continuerà a perpetrare una forma moderna di apartheid di genere, rendendo invisibili e vulnerabili milioni di donne.
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