
L’Italia si conferma come la quinta nazione più anziana al mondo, con un’età media della popolazione che raggiunge i 48,4 anni. Questa posizione, rilevata dal World Factbook della CIA, la colloca accanto a paesi come il Principato di Monaco e il Giappone, evidenziando una tendenza demografica preoccupante.
Le ragioni di questo invecchiamento sono complesse e interconnesse. Da un lato, assistiamo a un marcato calo della natalità, un fenomeno influenzato da fattori sociali come il prolungamento degli studi e il ritardo nell’ingresso nel mondo del lavoro, che portano a posticipare la decisione di avere figli e a ridurne il numero complessivo. Dall’altro, i significativi progressi nei servizi sanitari e il miglioramento delle abitudini di vita hanno portato a un notevole aumento dell’aspettativa di vita, contribuendo all’invecchiamento generale della popolazione.
A peggiorare il quadro contribuiscono le difficili condizioni socio-economiche. La quasi stagnazione dei salari in Italia, con un aumento di appena l’1% negli ultimi trent’anni rispetto a una media OCSE del 32,5%, rende economicamente gravoso per molte famiglie sostenere i costi di più figli. Questo contesto frena ulteriormente le nascite, creando un circolo vizioso demografico.
L’andamento italiano non è un caso isolato. In tutta Europa si registra un tasso di mortalità superiore a quello delle nascite e una popolazione in calo dagli anni ’80, nonostante l’aspettativa di vita sia in crescita e destinata a superare gli 85 anni. Questo scenario globale evidenzia la necessità di affrontare con urgenza le sfide poste dall’invecchiamento demografico, sia a livello nazionale che continentale, per garantirne la sostenibilità futura.
