Esteri

Witkoff, Putin e la diplomazia dell’improvvisazione: l’illusione della pace a porte chiuse

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di Carlo Di Stanislao

“La guerra è una delle tante circostanze in cui si manifesta l’insensata debolezza degli uomini, che credono nel potere delle parole quando è ormai troppo tardi.”
— Jorge Luis Borges

In un’epoca in cui la diplomazia dovrebbe essere l’ultima diga contro l’abisso della guerra, ci troviamo a commentare la quinta visita in Russia di Steve Witkoff, immobiliarista americano e uomo di fiducia di Donald Trump, oggi nelle vesti di negoziatore. La scena è surreale: un uomo d’affari senza esperienza diplomatica, senza padronanza del russo, senza interprete proprio, si muove tra il Cremlino e gli hotel di Mosca per cercare di fermare una delle guerre più complesse e devastanti degli ultimi decenni. E tutto questo, a due giorni dalla scadenza di un ultimatum imposto da Trump a Putin.

La notizia sembra uscita da un romanzo satirico, e invece è cronaca. Witkoff ha incontrato Vladimir Putin in un clima molto più sobrio rispetto agli incontri precedenti, lasciandosi alle spalle la teatralità di San Pietroburgo con la mano sul cuore. Passeggiate nei parchi, udienze senza entusiasmo e colloqui senza interprete americano sono gli strumenti scelti da questa diplomazia atipica. L’unica costante: la totale assenza di trasparenza e di professionalità.

Una pace improvvisata?

Donald Trump ha fatto della disintermediazione il suo stile, sia in politica interna che estera. Ma in questo caso ci troviamo davanti a qualcosa di più pericoloso: la privatizzazione della diplomazia. Witkoff non rappresenta un’istituzione, non è legato ad alcuna struttura diplomatica, non ha formazione né esperienza in relazioni internazionali, eppure sta trattando – in modo opaco – con il leader di una potenza nucleare impegnata in una guerra di invasione.

Dietro la facciata della mediazione, si cela un tentativo chiaro: guadagnare capitali politici, e possibilmente una consacrazione mediatica. Ed è qui che emerge una verità scomoda: Trump aspira realmente al Nobel per la Pace, come coronamento simbolico della sua narrativa da salvatore globale. Un premio che, ai suoi occhi, può dargli quella legittimazione morale che non è riuscito ad ottenere altrove. Tuttavia, non avendo in alcun modo, anzi, fermato Israele nel conflitto con Hamas e nella crisi a Gaza – crisi che ha avuto una devastante eco internazionale – ora gli resta la guerra in Ucraina come ultimo terreno per guadagnare credibilità “pacificatrice”. Ma può davvero esistere una pace costruita così?

Il paradosso dell’inviato senza strumenti

La figura di Witkoff è emblematica di una tendenza che va oltre la singola vicenda. Non è solo una nomina sbagliata: è la scelta deliberata di sostituire la competenza con la fedeltà personale. È il segno di un approccio che rifiuta l’apparato diplomatico, la cautela, i codici, i rituali, i memorandum, in favore di relazioni personali opache e difficili da ricostruire.

Non si tratta solo del fatto che Witkoff non parli russo. Né solo che abbia accettato un interprete del Cremlino, compromettendo la sicurezza e l’accuratezza dei dialoghi. Né che abbia viaggiato su un aereo privato non dotato di sistemi di comunicazione sicuri. Il vero problema è che l’intera operazione è condotta come se fosse una trattativa privata, non un processo di pace tra due nazioni in guerra.

Eppure ci si chiede: con tutta la rete di esperti e diplomatici che gli Stati Uniti possono mettere in campo, perché Trump ha scelto proprio lui? La risposta è semplice: perché non gli serviva un negoziatore. Gli serviva un uomo di fiducia, un simbolo.

Chi avrebbe dovuto mandare Trump

Se davvero Donald Trump avesse voluto dare un segnale forte e credibile al mondo, avrebbe potuto – e dovuto – scegliere figure con una storia diplomatica riconosciuta, con un background solido e una reputazione internazionale. Poteva nominare Fiona Hill, ex consigliera per gli affari russi e tra le massime esperte di Putin. Oppure William Burns, oggi alla guida della CIA, ma con un lungo passato come ambasciatore a Mosca, profondo conoscitore delle dinamiche del Cremlino. Anche Condoleezza Rice, con il suo profilo accademico e governativo, avrebbe portato autorevolezza. O figure più istituzionali ancora, come ex segretari di Stato, generali in pensione o diplomatici dell’ONU.

Invece Trump ha scelto un imprenditore amico, che non risponde a nessuna istituzione, non è sottoposto a controlli, e che agisce nel nome di una diplomazia parallela. In un mondo che ha disperato bisogno di verità e rigore, questa è una scommessa che rischia di costare cara a tutti.

Una pace vera non si improvvisa

Tutto ciò ci impone una riflessione profonda. La pace non è uno slogan. Non è una fotografia con Putin. Non è una stretta di mano davanti ai giornalisti. La pace vera si costruisce con fatica, con memoria storica, con compromessi difficili e con un rispetto rigoroso per le istituzioni e per la verità. E soprattutto, con un senso di responsabilità verso i popoli coinvolti.

Chi ha vissuto una guerra sa che la pace non arriva con un annuncio. Serve diplomazia vera, servono negoziatori credibili, servono processi multilaterali. Servono protocolli di fiducia, verifiche, garanzie internazionali. Nulla di tutto ciò si ottiene con voli privati, passeggiate nei parchi o colloqui senza documentazione ufficiale.

La guerra può nascere da una parola sbagliata. Ma la pace richiede parole precise, tempi giusti, silenzi strategici e verità condivise. E per ottenerla, servono uomini e donne disposti a mettere da parte l’ambizione personale per il bene comune.

Altrimenti, tutto questo non sarà altro che una messa in scena, buona solo per una conferenza stampa. Ma davvero inutile per chi ogni giorno vive sotto le bombe. 

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