Giustizia

Bartolozzi, Parodi e l’“invasione di campo”: melodramma di un Paese che gioca a ping-pong con la giustizia

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«Quando il potere dell’amore supererà l’amore per il potere, il mondo conoscerà la pace.»
— Jimi Hendrix

di Carlo Di Stanislao

Nel grande teatro all’italiana della politica e della giustizia, si è aperto un nuovo atto di quella che ormai non è più una pièce drammatica, ma una tragicommedia a puntate: lo scontro istituzionale tra il governo e la magistratura sul cosiddetto caso Almasri. Al centro di questa vicenda, come in ogni sceneggiatura degna di un David di Donatello, c’è un personaggio che nessuno ha ufficialmente chiamato in scena ma che viene evocato come un’ombra: Giusi Bartolozzi, capo di gabinetto del ministro della Giustizia Carlo Nordio.

La miccia si è accesa durante un’intervista radiofonica rilasciata da Cesare Parodi, presidente dell’Associazione Nazionale Magistrati (ANM), in cui si è permesso — udite udite — di dire una cosa tanto banale quanto vera: se un processo dovesse accertare certi fatti, avrebbe inevitabilmente anche delle ricadute politiche. Una frase che, in un Paese normale, sarebbe passata inosservata. Ma in Italia, dove le parole pesano più delle azioni, è bastata questa osservazione per scatenare il finimondo.

Nordio è insorto. In una nota ufficiale, ha detto di essere “sconcertato” e ha accusato Parodi di aver violato i confini delle prerogative istituzionali. “Un’invasione inaccettabile”, ha tuonato il ministro, come se Parodi avesse appena calpestato il tappeto rosso della democrazia con scarponi infangati. La colpa? Avere citato, secondo Nordio, la sua capo di gabinetto in un contesto giudiziario.

Peccato che Parodi abbia smentito tutto, chiarendo di non aver mai nominato la dottoressa Bartolozzi, né direttamente né indirettamente. Ha parlato in termini generali, ha detto. E ha ribadito che, se davvero avesse fatto ciò di cui è stato accusato, il ministro avrebbe avuto tutte le ragioni a indignarsi. Ma non l’ha fatto. E chi ha ascoltato la registrazione dell’intervista lo conferma.

Nonostante ciò, come spesso accade nella politica italiana, il dibattito si è trasformato in una zuffa da bar di paese, con scambi di accuse, interpretazioni forzate, comunicati stampa infuocati e solidarietà pelose. Maurizio Gasparri, pronto a lanciare il guanto di sfida come un cavaliere medievale, ha accusato Parodi di essersi “avventurato in una sorta di avvertimento preventivo” al governo. Un’accusa che suona più come un tentativo di imbavagliare ogni commento scomodo, piuttosto che una reale difesa della neutralità istituzionale.

Intanto, mentre i piani alti si combattono a colpi di dichiarazioni, nel mondo reale accade qualcosa di ben più significativo: l’Italia continua a essere uno dei Paesi europei con i salari più bassi, con la disoccupazione giovanile in costante crescita, con una sanità che implode e un sistema educativo sempre più dimenticato. Ma di tutto questo, nel palcoscenico romano, sembra non importare a nessuno.

E a rendere tutto ancora più grottesco, arriva come sempre Matteo Salvini, ormai impegnato a reinterpretare il ruolo di vice-premier come se fosse una rubrica di TikTok. La sua ultima proposta? Una legge per vietare le manifestazioni anti-Israele. In un Paese dove la libertà di espressione è garantita dalla Costituzione e dove le piazze sono da sempre il termometro del dissenso democratico, Salvini propone di silenziarle. Il motivo? Non meglio precisato. Forse per “civiltà”, forse per “ordine”, forse per raccattare qualche voto in più o per distrarre dai treni che non arrivano, dalle autostrade che crollano e dai migranti che affogano.

Ecco il punto dolente: mentre si invocano invasioni di campo, è l’intera democrazia italiana a essere progressivamente smantellata, non da un attore esterno, ma da chi ne dovrebbe essere il custode. A ogni attacco verbale contro i magistrati, a ogni restrizione ai diritti civili mascherata da sicurezza, a ogni boutade estera per non parlare dei problemi interni, ci si allontana sempre più da ciò che la politica dovrebbe fare: risolvere i problemi reali delle persone.

Perché la verità è semplice, quasi banale: nessuno tra i protagonisti di questo teatrino sembra davvero preoccuparsi della qualità della vita degli italiani. La scuola cade a pezzi? È colpa delle regioni. Gli ospedali non hanno più infermieri? Colpa dell’Europa. I salari sono al palo? Colpa dei sindacati. Nessuno, mai, che si prenda una responsabilità. L’unico sport nazionale rimasto, più del calcio, è lo scaricabarile istituzionale.

E mentre ci si accapiglia sul nulla, i cittadini restano spettatori di uno spettacolo fatto di tensioni inventate, ego smisurati e retorica tossica. Il tutto trasmesso in diretta, amplificato da social, talk show e giornali amici. Un rumore assordante che serve solo a coprire il vuoto pneumatico delle idee.

Commento ironico finale

Alla fine, mentre magistrati e ministri litigano per chi ha detto cosa a chi, mentre Gasparri interpreta Machiavelli e Salvini veste i panni del salvatore di Israele, il cittadino medio italiano si ritrova con una busta paga da fame, un mutuo da panico e l’unica invasione davvero inaccettabile: quella delle bollette in aumento. Ma non temete: se vi sentite oppressi, presto vi impediranno pure di protestare. Però tranquilli, lo faranno “per il vostro bene”.

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