Esteri

Sfilate militare in Cina e di Santa Rosa a Viterbo: un caffè per la pace è lo slogan vincente

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Se si prestasse l’orecchio forse ancora si sentirebbe il rumore della sfilata militare avvenuta un paio di giorni fa in quel della Cina in occasione per il giorno della Vittoria sul Giappone quasi un secolo fa, il tutto condito dalla presenza di Putin, Modi e tanti altri che vogliono ridisegnare l’equilibrio di potere nel mondo. Si tratta di uno zoo di non trascurabile dimensione. Se si mettessero insieme il dragone cinese, l’orso russo e l’elefante indiano ce n’è abbastanza per rendersi conto che siamo di fronte a numeri, almeno di popolazione, non irrilevanti.

Nulla a che vedere con la nostra piccola sfilata del carro di Santa Rosa a Viterbo che comunque fa parlare di sé in tutto il mondo. Pochi mezzi e molta virtù.  Anche sfilare un rosario costa assai meno e può garantire migliori risultati.

La parola Cina viene dal nome di una regione portoghese mentre il nome latino era invece “sina”. Diversamente, i Cinesi, presagendo l’importanza che avrebbe avuto anche in futuro, chiamano il loro paese Zhongguo, cioè “paese di mezzo”, determinante per le sorti della terra. Curiosamente Cina è anche il nome di un fusto sotterraneo di una pianta utilizzato come sudorifero che può declinarsi in cina carnosa o nodosa. Quel paese ci farà sudare sette camice per rimettere l’Occidente in pista, pena essere tormentati da un loro nodo bastone di comando.

Sfilare richiama a qualcosa di pomposo, passare in rassegna un soldato o un battaglione dopo l’altro durante una parata militare, una sorta di hit parade di cui vantarsi sulla terra mostrando i muscoli, un po’ come fanno i ragazzini per mostrare chi è più forte.

Eppure sfilare fa pensare anche a quelli che si sono chiamati fuori dalla esibizione o meglio che non sono stati invitati a farlo, un defilarsi che è nelle mani solo di quelli nudi di eserciti e di munizioni. L’Europa ad esempio non conosce un giorno in cui fa sfilare i suoi reparti armati semmai ve ne fossero.

A volte si ha l’impressione che sfilate di tal genere servano anche a lanciare una moda, a competere sulle divise più indovinate e di maggior successo. Stirate le stoffe come le armi, ogni cosa tirata a lucido come la guerra non avesse pozzanghere, sangue e polvere per ogni dove. Divise e armi invece imbrattate restituirebbero un senso di verità al racconto per cui sono state rispettivamente disegnate e progettate.

Se si continuasse ad andare avanti in questo modo c’è il rischio che si sfili del tutto il filo della pace che sembra essere un valore un po’ stantio che si fa anche fatica a spolverare lì dove è stato riposto.

L’interesse vero alla pace pare non riguardi più nessuno, se ne parla tanto e troppo ma sotto sotto non c’è trepidazione per conservarla. C’è desiderio a mantenere intatte le proprie convenienze, la casa, i soldi da parte, le vacanze ma la pace è ormai in secondo piano se non oltre ancora. E’ come se si fosse certi che tutto si potrebbe comunque conservare malgrado una prossima guerra.

De André cantava “fila la lana, fila i tuoi giorni illuditi ancora…” che la pace ritorni e forse la fine delle illusioni è il passaggio che la storia degli uomini deve affrontare senza più raccontarsi favole sdolcinate. Si è sfilacciata la possibilità di restare in un’era di forzata armonia per togliere il velo di ogni ipocrisia e picchiarsi di santa ragione, stabilendo una volta per tutte vincitori e vinti. Ne soffriranno solo gli ambasciatori e i loro stipendi che non avranno più ragione di lavorare.

E’ caduto il philos, il sentimento di fraternità e di amicizia che si è sbandierato ad oggi fin troppo senza crederci sul serio, tanto osannato da dare alla fine nausea e repulsione. Non è chiaro se siamo ancora in una epoca primitiva dove ci si ammazza per la terra o invece ci siamo emancipati dalle finzioni di una umanità buona e brava.

Per fortuna sembra che tutto questo voglia contrastare Putin che con moto di delicatezza e gentilezza ha invitato Zelensky ad un incontro aprendo oltretutto le porte di casa sua. “Venga a prendere il caffè da noi” è il titolo di un film di un uomo che sarà oggetto di continue attenzioni e seduzioni. Forse Zelensky ricorda piuttosto la fine di Gaspare Pisciotta e della stricnina nel caffè o del cianuro messo nella tazzina di caffè di Sindona. Da qui il suo rifiuto. La pace ha bevuto alla tazzina sbagliata e ci sta per lasciare le penne.

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