
di Beatrice Laurenzi
La giornata d’uno scrutatore segue le vicende di Amerigo Ormea, comunista, designato dal suo partito come scrutatore in un seggio elettorale all’interno del Cottolengo di Torino (istituto che si occupa di assistenza alle persone con disabilità fisiche e mentali). Il racconto è sorretto più che altro dalle riflessioni del protagonista, dunque è un romanzo con l’impostazione di un saggio, ma molto diverso dal saggio puro e semplice, essendo impregnato di immagini «che sforzano e aprono i suoi confini, diaspore che spargendosi catturano per forza propria significati in più» scrive Guido Piovene.
Era stato concepito dall’autore per far parte di un trittico basato sulla reazione dell’intellettuale alla negatività della realtà, Cronache degli anni Cinquanta, insieme a La speculazione edilizia e ad un racconto appena abbozzato, Che spavento l’estate. Tuttavia quando Calvino riuscì a portare a termine La giornata d’uno scrutatore quel periodo era ormai passato, erano arrivati gli anni Sessanta, e così quella serie restò incompiuta. Il racconto venne infatti pubblicato per la prima volta presso l’editore Einaudi nel febbraio 1963. Nel testo di presentazione della prima edizione Calvino scrisse: «La prima idea di questo racconto mi venne il 7 giugno 1953. Fui al Cottolengo durante le elezioni per una decina di minuti, così assistetti a una discussione tra democristiani e comunisti sul tipo di quella che è al centro del mio racconto (anzi uguale almeno in alcune battute). E fu lì che mi venne l’idea.» Tuttavia i pochi minuti passati in quel seggio non permisero all’autore di raccogliere immagini sufficienti a sorreggere una storia (benché nel libro non vi siano poi scene “d’effetto”), e la documentazione giornalistica avrebbe fornito solo una fredda cronaca indiretta. L’unico modo per poter scrivere effettivamente un tale racconto sarebbe stato quello di assistere di persona alle elezioni lì dentro. «L’occasione di farmi nominare scrutatore al Cottolengo mi si presentò con le amministrative del ‘61. Vi passai quasi due giorni e fui anche fra gli scrutatori che vanno a raccogliere il voto nelle corsie. Il risultato fu che rimasi completamente impedito nello scrivere per molti mesi: le immagini che avevo negli occhi, di infelici senza capacità di intendere né di parlare né di muoversi, per i quali si allestiva la commedia di un voto delegato attraverso al prete o alla monaca, erano così infernali che avrebbero potuto ispirarmi solo un pamphlet violentissimo, un manifesto antidemocristiano, un seguito di anatemi contro un partito il cui potere si sostiene su voti (pochi o tanti, non è qui la questione) ottenuti in questo modo.» Se prima quindi le immagini erano insufficienti, ora erano troppo forti. Non rimaneva altro che aspettare che sbiadissero un poco dalla memoria e che ne maturassero sempre più le riflessioni (che sono di fatto al centro del libro), i significati che da esse si irradiano come un seguito di onde o cerchi concentrici.
